Enrico Bondi all'Ilva: il risanatore è tornato

Un abile negoziatore, più che un gestore. Da Montedison a Parmalat fino alla spending review, ora è il turno dell'acciaieria dei Riva. Dove serve un intervento deciso e veloce

Enrico Bondi, il risanatore per antonomasia delle aziende italiane (Credits: DANIELE SCUDIERI-IMAGOECONOMICA)

Sergio Luciano

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Ci starebbe bene, Enrico Bondi, con il suo ghigno, in un film di Quentin Tarantino: basta guardare in faccia il neo-amministratore delegato dell'Ilva, e immaginare che dica: “Sono Enrico, e risolvo problemi”, per convincersi che in un cast, Bondi ci starebbe a suo agio, almeno quanto Harvey Keitel.

“Risanatore di Parmalat, ma anche della Lucchini e dell'ex impero Montedison”, recita l'agiografia. Mandato oggi dai Riva a Taranto per affiancare il presidente Bruno Ferrante – che resta nel suo ruolo a fronteggiare i tribunali e le Procure – prendendo le redini industriali di un gruppo malato, anche se mai quanto si sono ammalati i moltissimi tarantini che, per una ragione o per l'altra – lo stabilirà la magistratura – attorno all'Iva hanno contratto brutte e spesso mortali malattie.

Dunque, ancora una volta il demiurgo-Bondi per il futuro di un pezzo importante del Paese. Con il mandato di risanare, per ora: non di vendere. Anche perchè questa seconda cosa, per esempio in Parmalat, diciamolo: poteva riuscirgli assai meglio. I Riva avevano pensato a lui sin dall'ottobre scorso, ma il manager aveva rifiutato perchè era ancora impegnato a fare la “spending review”, non indimenticabile prestazione resa al governo Monti.

Già, perchè questo quasi-ottantenne segaligno, di poche parole toscane, ha una fama meritata di uomo serio e onesto, meritatissima di duro e brusco polemista. Ma chissà quanto meritata di risanatore. Sarà sacrilegio dubitarne, ma in Parmalat ciò che veramente ha risanato Bondi non è stato tanto il business, che non aveva mai smesso di andar bene, quanto i conti in sospeso con le banche, costrette a pagare caro per le malversazioni dell'era-Tanzi (mai sufficientemente encomiato, Bondi, per questo).

Un negoziatore cattivo, dunque, più che un gestore. Il gruppo Ferfin-Montedison aveva sì tanti debiti ma, una volta ristrutturati a opera di Mediobanca, non era poi così difficile da gestire e vendere a pezzi (il migliore, la Edison, ai francesi di Edf); e la Lucchini troppo bene non pare l'abbia risanata, a giudicare dalle condizioni in cui versa oggi, anche se i russi hanno avuto tutto il tempo necessaria per disfarla. Per completezza, comunque non va dimenticato l'ininfluente passaggio (breve) di Bondi in Premafin, a tentare un risanamento che l'ingombrantissimo azionista-Ligresti rendeva impossibile, ma senza per questo raccontarne poi le malefatte in pubblico, perchè per Bondi l'unico, vero confessionale è sempre stata solo Mediobanca; e l'altrettanto breve e ininfluente passaggio nella prima Telecom tronchettiana.

Comunque, è stato proprio dal caso Montedison che la stella di Bondi è iniziata a brillare: Telecom è venuta di lì a poco, nel 2001; poi è arrivata la Premafin, nel 2002; nel 2003 la Lucchini, ristrutturata in qualche e venduta appunto ai russi di Severstal e solo ai primi del 2004, la Parmalat. Risanata, come si diceva, e poi venduta ai francesi.

Insomma, le aziende che Bondi ha gestito sono finite poi quasi tutte all'estero: che accada lo stesso all'Ilva? Chi conosce i Riva non lo esclude ma non ci scommette. Se la famiglia dovesse uscire dalle brutte storie giudiziarie in cui è finita, non venderebbe. In questo caso è quindi giusto pensare che Bondi abbia davvero un mandato gestionale secco: non è il caso d'altronde di puntare su un signore che compirà 79 anni tra sei mesi per compiere percorsi lunghi e complessi. L'importante per i Riva era intervenire subito a ripristinare una condotta manageriale lucida e incisiva, e questa Bondi saprà sicuramente garantirla. Strategie a lungo termine, alleanze, innovazioni: queste no, non è mai stato il suo mestiere, figuriamoci a quest'età.

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