Edward Snowden, Booz Allen, e i profitti dello spionaggio

Servizi di intelligence appaltati a società di consulenza private. Che si arricchiscono ai danni della sicurezza

Il Generale Keith Alexander, Direttore della NSA (Credits: Win McNamee/Getty Images)

Claudia Astarita

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Tutti abbiamo sentito parlare in questi giorni di Edward Snowden , ma, probabilmente, per pochi il nome Booz Allen suona familiare. E pochi sanno che Snowden non lavorava direttamente per il governo americano, ma per una società di servizi su cui i servizi di sicurezza statunitensi fanno affidamento sin dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.

Allo scoppio del conflitto, infatti, la Germania poteva contare su un’arma micidiale che avrebbe potuto garantirle la supremazia sui mari, nonostante avesse di fronte potenze marittime come la Gran Bretagna e, appunto, gli Stati Uniti: gli avanzatissimi sottomarini U-boot. Nello sforzo messo in campo dal Presidente Roosevelt per coinvolgere tutto il sistema produttivo americano nell’impresa bellica, non furono coinvolte solo le industrie, ma anche le società di servizi, cui furono affidati compiti sin ad allora impensabili.

A una società di consulenza, la "Booz, Fry, Hamilton & Allen" fu chiesto di elaborare sistemi per tracciare i sottomarini tedeschi in modo da precedere le strategie che sarebbero state decise a Berlino. L’esperimento funzionò e il rapporto con il governo si è consolidato fortemente nel corso dei decenni, grazie a un ampio coinvolgimento di quella che oggi si chiama semplicemente Booz Allen nelle attività di spionaggio e controspionaggio durante la Guerra Fredda.

Oggi Booz Allen è una società con venticinquemila dipendenti e un fatturato di quasi sei miliardi di dollari, nella quasi totalità provenienti da appalti governativi. Di fatto, insieme ad altre compagnie analoghe, gestisce una larga fetta delle attività di intelligence condotte dalle varie agenzie statunitensi, e il caso Snowden ha portato alla luce una commistione a volte poco limpida tra pubblico e privato in un settore particolarmente delicato quale è quello dello spionaggio. Il fenomeno, infatti, ha avuto una crescita esponenziale nell’ultimo decennio. Dopo la conclusione della Guerra Fredda, le attività di raccolta informazioni si erano contratte e, con l’avvio della guerra al terrorismo, le agenzie governative che prima si occupavano di questi settori si sono trovate impreparate e prive di fondi e uomini. Si sono rivolte al vecchio partner che le aveva aiutate nei decenni in cui il nemico stava al Cremlino: le società di consulenza private.

Il giro d’affari è enorme e l’attività dei consulenti esterni è ben retribuita, soprattutto all’estero, e spesso non si limita al mero supporto tecnico (traduzioni, gestione informatica, etc.) ma sconfina anche in compiti dirigenziali e di elaborazione di strategie. Insomma, dopo la vicenda Snowden gli Americani hanno scoperto non solo di essere spiati, ma che a farlo spesso non sono uomini delle istituzioni, ma consulenti privati, per quanto di fiducia dello Stato. E hanno anche scoperto che attività essenziali per la sicurezza nazionale sono appaltate a società che perseguono il profitto, non l’interesse pubblico. Insomma, un brusco risveglio, che potrebbe portare a un ripensamento complessivo delle modalità con cui vengono svolte le attività di intelligence della Superpotenza americana.

 
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