Edilizia e cemento in crisi, Italcementi soffre

Cura choc per il colosso italiano tra chiusure e delocalizzazione

L'impianto Italcementi a Colleferro (Roma) (Credits: ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Antonella Bersani

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La crisi dell’edilizia taglia la produzione di cemento. Tagliato il cemento si fermano più della metà degli stabilimenti di Italcementi. Sono 9 su 17 in Italia, e attorno al presidente della società Giampiero Pesenti (appena confermato dal Cda) si addensano non pochi interrogativi. C’è la crisi e in crisi è anche l’editoria: Pesenti sottoscriverà l’aumento di capitale in Rcs? La risposta è “vedremo”. Dipenderà dal capitale richiesto (si parla di 400 milioni entro luglio e di altri 200 milioni di capitali freschi entro il 2015) e soprattutto dai dettagli del nuovo piano industriale.

Insomma, al giorno d’oggi non si butta via nemmeno un centesimo. Anche se il patto di sindacato che controlla il Corriere della Sera è di quei salotti dove “le azioni non si contano ma si pesano” e dove i Pesenti “pesano” per il 7,4 per cento, quota capace di influenzare i destini del patto nonostante le parole tranquillizzanti.
Il 2015 è una data ricorrente nei piani strategici di grandi e piccoli gruppi industriali. E a questa data guardano sia il Corriere che l’attività industriale della famiglia Pesenti. Dato infatti per assodato che il 2013  sarà ancora un anno di recessione e nel 2014 comincerà (forse) una dura convalescenza del malato Italia, adesso è il momento di razionalizzare, tagliare e di investire dove è il caso per arrivare sani e forti alla ripartenza.

La cura può scioccare, inizialmente. Ma si accetta più facilmente se sostenuta dalla visione di un prossimo e certo rilancio. È così che Italcementi ha spiegato ieri la decisione, in realtà presa già a dicembre, di fermare tra il 2012 e il 2015 nove dei 17 stabilimenti italiani, riorganizzando le attività in modo da garantire un risparmio di 40 milioni di euro senza però perdere alcuna quota di mercato.

“Se prima della crisi il mercato chiedeva e assorbiva una produzione di 42 milioni di tonnellate di cemento, adesso la quota si è più che dimezzata e non arriva a 20 milioni” ha spiegato il direttore generale Giovanni Battista Ferrario “quindi ci stiamo organizzando. Quello che stiamo facendo è ottimizzare la gestione degli impianti, puntando per il 2013 su Paesi emergenti come Thailandia, India e Marocco” per compensare la pesante contrazione in Italia e in Europa.

Il crollo delle grandi commesse pubbliche e del mercato immobiliare insomma, si è fatto sentire sulla filiera. E Italcementi, una forza da 4,7 miliardi di fatturato e 2.500 dipendenti, comincia a mettere ordine. «A fronte di una nuova realtà, che si prevede non possa più tornare agli elevati livelli pre-crisi, è stato avviato un intervento con l'obiettivo di razionalizzare l'apparato industriale e distributivo nazionale” si legge infatti nella lettera inviata agli azionisti “Il gruppo con il rigoroso controllo della gestione finanziaria continuerà una politica di mantenimento dell'indebitamento netto entro i prudenziali limiti che da sempre caratterizzano il profilo della società. E le azioni intraprese quest'anno, pur a fronte di una volatilità che contraddistingue l'evoluzione dello scenario macroeconomico mondiale, determineranno per il gruppo nuove sfide e un impegno ancora maggiore affinché la nostra attività possa generare valore condiviso per tutti gli stake-holders”.

Tradotto in azioni, il discorso si concretizza nella decisione di vendere a fine 2013 il cementificio di Pontassieve (già acquistato dalla Colacem della famiglia Colaiacovo) e di trasformarne altri due in centri di macinatura. Il progetto 2015 prevede quindi di confermare 6 stabilimenti dei 14 rimanenti alla produzione a ciclo continuo, tre ancora macineranno soltanto e 5 resteranno in stand by in attesa di vedere come e se cambierà il mercato. “Naturalmente gli stabilimenti messi temporaneamente a riposo si concentreranno nelle aree in cui la domanda è minore, e quindi al sud” ha confermato Ferrario “quanto ai centri di macinazione. Questi si concentreranno a Trieste e nel nordest”.

Il piano di riorganizzazione aziendale non sarà indolore: progetto 2015 prevede infatti il ricorso alla cassa integrazione straordinaria per 665 dipendenti, di cui 2 terzi distribuiti nei siti produttivi e un terzo nella sede centrale di Bergamo, nonostante proprio gli impianti di Rezzato, quelli che costituiscono il cuore operativo del gruppo, saranno oggetto di un investimento da 150 milioni di euro per rinnovare la tecnologia produttiva e farne un punto di riferimento europeo in termini di competitività, produttività e sostenibilità industriale e ambientale. “Gli investimenti garantiranno una riduzione dei costi di produzione del 23 per cento e un radicale abbattimento delle emissioni, con un calo complessivo a regime del 75 per cento”. Un polo tecnologico di riferimento su cui puntare, in attesa che il mercato faccia ripartire anche i cementifici oggi in stand-by.

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