Aziende

Così l'hi-tech italiano trova i fondi negli Usa

Le nuove tappe del programma di Fernando Napolitano per attirare investimenti internazionali nelle nostre aziende

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Sergio Luciano

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AAA tecnologia italiana cerca investimenti americani. Con tre parole chiave con cui, l’Italia si è presentata all’elite del business americano, in un summit dal titolo esplicito:  “Influence, relevance and growth” (influenza, rilevanza e crescita). Opera di Fernando Napolitano - già amministratore delegato di Booz Allen Hamilton in Italia, consigliere d’amministrazione di Enel e, oggi, di Mediaset - e del suo programma di venture capital transoceanico assolutamente innovativo: Italian Business and Investment Initiative (IB&II).

A fine febbraio, IB&II ha organizzato a New York la quarta edizione del summit “Italy meets the United States of America”, che ha visto per la prima volta la presenza di EY come partner strategico. Il summit - in cooperazione con le missioni bilaterali Italia USA, l’Università Bocconi e Assolombarda - è stato il propulsore di un processo innovativo di riposizionamento dell’Italia in Usa attraverso un programma coordinato che poggia sulle leadership delle aziende che vi hanno preso parte, come sancito anche dall’Ambasciatore Philip Reeker, Console Usa a Milano. Il prossimo 18 novembre a Firenze sarà inaugurata la “gamba” italiana di questo programma con investitori Usa per contatti diretti con aziende italiane.

Il presupposto da cui si è mosso Napolitano è che il nostro Paese è tornato ad essere strategico nello scacchiere geopolitico, le riforme sono in corso, e ci sono nuove opportunità di investimento, per i capitali Usa, nelle medie e grandi aziende italiane che in molti casi non erano mai state finora considerate. Ma negli ultimi cinque anni i governi italiani hanno presentato agli Usa cinque diverse iniziative istituzionali di promozione, con cinque interlocutori diversi.

E anche il rappresentante della missione italiana negli Usa del gennaio 2016 è stato destinato ad altro incarico. L’unico punto di riferimento italiano stabile da un punto di vista americano, nell’ultimo quinquennio, è stato il programma di Napolitano. Tanto che un grande riconoscimento istituzionale al lavoro svolto è giunto dal Council on foreign relations (Cfr) che, per un gruppo ristretto di leader italiani, ha organizzato appunto a fine febbraio un incontro sui temi cruciali della geopolitica mondiale oggi: la lotta all’Isis, la Cina, le elezioni Usa 2016.

Del resto, in un’economia mondiale che ha perso o ridimensionato quasi tutti i punti di riferimento che apparivano ancora validi fino a pochi anni fa, gli Stati Uniti appaiono più che mai un centro gravitazionale positivo. Il centro del mondo, partner strategico per tutti i Paesi. Un centro gravitazionale rispetto al quale l’Italia è ancora troppo distante, oltre che un mercato ancora da noi nettamente sotto-sfruttato.

Nel 2014 l’export italiano verso gli Usa è stato pari a 40 miliardi di dollari, pari a meno del 10% del totale, contro i 45 della Francia e i 123 della Germania. IB&II ha avviato questo processo di riavvicinamento all’Italia anche attraverso i tanti italiani “expat”, oggi a tutti gli effetti americani, che siedono ai vertici di aziende chiave come Kkr, Estee Lauder, Revlon, Bdt Capital e numerose altre realtà di riferimento nel private equity e nella finanza d’investimento in genere.

In ogni caso, l’ultimo summit di New York, grazie al connubio con il Cfr, ha avuto per Ib&ii un upgrade decisivo: il Cfr è un think-tank indipendente fondato nel 1921 con sedi a New York e a Washington che, anche con il suo magazine Foreign Affairs, fornisce ai suoi 4.900 membri – l’élite del sistema economico americano e mondiale– le risorse per capire meglio il mondo e le scelte di politica estera degli Stati Uniti, formandone le eccellenze private, pubbliche ed istituzionali.

Ora la leadership italiana sa di poter avere un appuntamento annuale e stabile con l’”inner circle” dell’economia americana, che vive a New York, condividendo credibilmente le condizioni di sviluppo e attrattività della nostra economia per favorire investimenti nelle due direzioni.

Ciò le consentirà, inoltre, di presentare alla business community americana quell’Italia delle eccellenze tecnologiche che è ancora non ben conosciuta. L’ “influenza, rilevanza e crescita” dei leader delle grandi aziende italiane è il presupposto per trasformare sul medio-lungo periodo queste parole-chiave in investimenti, creazione di posti di lavoro e rafforzamento del legami tra le due economie.

Nel 2015, soltanto due aziende italiane erano membri del Cfr Corporate program: l’Eni e le Generali. Nel 2016 ad esse si sono aggiunte o stanno per aggiungersi Enel, EY, Pubblitalia, Terna e Wind. Il concerto di queste azioni consentirà ad una parte importante e crescente del sistema Italia di essere costantemente attiva nella capitale del mondo degli affari e di mostrare a  quell’inner circle americano il calibro e i muscoli delle aziende italiane e dell’indotto. Per il bene superiore del Paese, appunto.

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