Conti stonati al Maggio fiorentino

Verso il salvataggio dell’ente lirico con la creazione di una bad company. Sperando in Della Valle

Gianluca Ferraris

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I maligni raccontano che non ci fosse altro modo per scardinare un assetto giuslavoristico dove, a suon di contratti nazionali obsoleti e integrativi folli, si assicurava l’indennità di palcoscenico a chi scendeva in teatro anche solo poche sere l’anno. O una corsia preferenziale per entrare in amministrazione agli ex orchestrali. Gli ottimisti assicurano che, a tempesta passata e bilancio ripulito, i nomi in vista nella città, come Diego Della Valle, non negheranno una sponsorizzazione. Entrambi, maligni e ottimisti, concordano sul fatto che per risollevare i destini del Maggio musicale fiorentino, schiacciato da 37 milioni di debiti, l’unica strada percorribile fosse quella concordata fra il sindaco Matteo Renzi, il ministro dei Beni culturali Massimo Bray e il commissario straordinario dell’ente Francesco Bianchi: liquidazione coatta, ristrutturazione delle scadenze e continuità di cartellone affidata a una sorta di good company che riassorbirà, a condizioni da definire, solo una parte dei 360 dipendenti oggi assunti a tempo indeterminato per una stagione concentrata su pochi mesi.

La controproposta presentata il 21 giugno dai sindacati (2,7 milioni di risparmi da realizzare con la rinuncia ad alcuni benefit, ma nessun licenziamento) non ha infatti convinto la troika, che studia anche un taglio alle collaborazioni esterne, il dimagrimento dell’ufficio amministrativo (definito dallo stesso Renzi uno «stipendificio») e l’esternalizzazione delle biglietterie. A quel punto si potrà mettere mano al calendario 2014, puntando a moltiplicare le iniziative grazie anche al conferimento da parte dello Stato del nuovo teatro di Firenze: c’è già il sì di Bray per il comodato, ma l’ultima parola spetterà al Consiglio dei ministri

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