Commissione d'inchiesta sulle banche: perché si doveva fare di più

Poteva essere una cosa seria se impostata seriamente. Ma invece si è raccolto quello che si è seminato: cicuta

Casini

Pier Ferdinando Casini presidente della commissione di inchiesta sulle banche - Gennaio 2018 – Credits: ANSA/ANGELO CARCONI

Stefano Cingolani

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La commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche si è conclusa come previsto: nessun voto bipartisan e un documento di maggioranza tutto sommato conciliatorio che dà un colpo al cerchio (la Consob) e uno alla botte (la Banca d’Italia) per concludere che sarebbe meglio se lavorassero di comune accordo scambiandosi le informazioni.

La commissione sulla borsa non ha usato adeguatamente i maggiori poteri ispettivi che possiede rispetto alla banca centrale: “Gli interventi attuati dalla Consob - si legge nella relazione - non hanno portato all'individuazione tempestiva di quelle criticità che solo l'Autorità Giudiziaria ha poi accertato, quando ormai i fatti contestati si erano da tempo consumati". La vigilanza, da parte sua, “non si è dimostrata abbastanza efficace”. La ricetta? Dare alla Banca d’Italia i poteri investigativi della Consob, tra i quali “l’uso della polizia per effettuare accessi, ispezioni e perquisizioni”.

Ma come, direbbe un redivivo Candide, la commissione non era stata istituita per mettere alla gogna palazzo Koch? E adesso si conclude chiedendo che Bankitalia abbia maggiori poteri? Questa estensione deve riguardare ovviamente le banche, ma che succede se, come sta accadendo, dalle banche scaturiscono società non bancarie alle quali affidare compiti particolarmente rilevanti? Chi le controlla in tal caso? Non la Consob perché non sono quotate e magari si occupano di attività che non vanno in borsa come le piccole e medie aziende, e nemmeno la Banca d’Italia perché svolgono funzioni diverse dalle banche. 

Non è una ipotesi di scuola, perché proprio la crisi ha favorito la nascita di nuovi strumenti per finanziare l’attività economica. Il mercato non si lascia ingabbiare, ha sempre in serbo delle soluzioni spesso nuove e sorprendenti. In caso di crisi (perché nuove crisi ci saranno anche se, lo speriamo, di dimensioni meno catastrofiche), sentiremo certamente nuove lamentele, nuove accuse, nuovi processi ai controllori che non controllano.

La bad bank

Altrettanto contraddittoria la conclusione sulla gestione dei crediti deteriorati. Si chiede la nascita di una bad bank nazionale, ben sapendo che Pier Carlo Padoan ci ha provato, ma non gli è stato possibile perché la commissione europea non vuole nessuna garanzia pubblica, assimilandola ad aiuti di stato. E senza garanzie non c’è ragione di mettere in piedi un tale ambaradan.

Del resto, le banche, a cominciare dalle più grandi come Unicredit e Intesa, si sono mosse per proprio conto e si stanno rivolgendo a società finanziarie specializzate in queste operazioni. Sono per lo più straniere visto che in Italia non esiste un mercato adeguato ad assorbire crediti per duecento e rotti miliardi di euro. In sostanza, anche se potesse nascere, la bad bank europea vedrebbe la luce quando di lei non c’è più bisogno, sarebbe un altro dei tanti carrozzoni di stato.

Perché si poteva fare di più

Si poteva fare di più e meglio? Il presidente Pierferdinando Casini ha tentato fino all’ultimo di arrivare a una conclusione comune, sapendo bene che una relazione finale votata solo dalla maggioranza non avrebbe avuto nessuna forza, nemmeno quella di dare indicazioni concrete alla nuova legislatura. È stato scritto che proprio la vicinanza del voto glielo ha impedito.

Ciò è vero, ma quale mediazione era possibile con un Movimento 5 Stelle che chiede la nazionalizzaione della borsa, non solo della Banca d’Italia? Con Carlo Sibilia che mette sotto accusa tutti i governi da Giuliano Amato (nel 1992) a Gentiloni, assolvendo quindi, come logica deduzione, quelli precedenti di Giulio Andreotti, Bettino Craxi e via dicendo?

La realtà è che si è raccolto quel che è stato seminato, soprattutto tanta cicuta. La commissione parlamentare d’inchiesta poteva essere una cosa seria se impostata seriamente, dunque non una sorta di ordalia spinta o da forze populiste che intendono inchiodare i “bankster” nostrani o da un Matteo Renzi segnato dalla vicenda della Banca dell’Etruria che voleva la testa del governatore Ignazio Visco.

Per questo motivo, il pasticcio bancario è destinato a segnare la campagna elettorale, anche ora che è stato avviato a soluzione con un consistente intervento pubblico a carico di contribuenti e risparmiatori (si calcola una sessantina di miliardi di euro) e la nazionalizzazione (“temporanea”) del Monte dei Paschi di Siena.

C’è chi ha dato appuntamento al prossimo parlamento annunciando una commissione bis. Con queste premesse è meglio di no, a parte il fatto che per lo più la seconda puntata è peggiore della prima. Soprattutto, qualcuno ci salvi dai falsi salvatori.

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