Cina e Stati Uniti alleati in economia

Se Washington ha bisogno di crescere, Pechino deve a tutti i costi frenare l'esodo delle multinazionali

Xi Jinping e Barack Obama in California – Credits: JEWEL SAMAD/AFP/Getty Images

Claudia Astarita

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Si è concluso con pochi impegni concreti, un paio di promesse e diversi nodi irrisolti quello che era stato presentato come un Summit storico tra Cina e Stati Uniti. Tanti avevano infatti letto nell'informalità all'insegna della quale è stato organizzato (i due Presidenti, Barack Obama e Xi Jinping, si sono incontrati in una tenuta a Palm Springs, in California, anziché a Washington) la chiave per permettere alle due superpotenze di recuperare la fiducia necessaria per riconoscersi come paesi non rivali.

Tra frasi fatte e cliché diplomatici, tra cui l'invito di Obama a una maggiore apertura dal punto di vista della democrazia e del rispetto dei diritti umani e civili, o l'impegno di Xi Jinping a costruire un "Nuovo Corso nelle Relazioni americane", i due Presidenti si sono confrontati su temi ben più prioritari come la Siria, l'Iran, la Corea del Nord, ma anche la cyber-sicurezza, il riposizionamento degli Usa in Oriente e, naturalmente, l'economia.

Che si tratti di un incontro senza precedenti non c'è dubbio. C'è chi lo ha definito il più importante in assoluto dai tempi di Nixon e Mao, ed è senza dubbio vero che l'America si trova (finalmente) ad interagire di nuovo con un leader particolarmente potente e carismatico. Quello che interessa valutare ora però, è che tipo di impatto questo "nuovo" modo di interagire potrà avere sull'economia di queste due nazioni e sui mercati mondiali. Tenendo presente che i forti vincoli economici e finanziari che Pechino e Washington si impongono a vicenda non permettono a nessuno dei due di decidere liberamente come agire.

Il nuovo corso delle relazioni sino-americane, quindi, potrebbe estrinsecarsi nel tentativo di ottenere un vero progresso nelle aree dove la cooperazione è possibile. Perciò via libera agli accordi economici. Per assicurare agli Stati Uniti nuove opportunità e, se necessario, qualche sicurezza in più, nel (disperato) tentativo di evitare che l'esodo di multinazionali che ha recentemente colpito la Cina si estenda anche agli operatori Usa. Oppure, se quest'ultimo si rivelerà un processo irreversibile, mettere a punto, e questa volta insieme, una nuova strategia di sviluppo che risulti conveniente per entrambe le potenze.  

Per una volta, ed è questo che cambia la situazione, è la Cina ad essere in una posizione sulla carta più debole. Questo perché ha contato per anni sugli investimenti e il know how degli stranieri per crescere, ed ora rischia di ritrovarsi all'improvviso senza ne' l'uno ne' l'altro. Da qualche tempo parecchie multinazionali hanno deciso di chiudere i loro stabilimenti nella Repubblica popolare per tre motivi: i salari stanno aumentando, e l'aumento del costo del lavoro neutralizza una buona parte dei vantaggi legati alla delocalizzazione; il malcontento della popolazione sfocia sempre più spesso in scioperi e proteste che il governo sembra non saper gestire; Pechino non ha ancora chiarito quale strada vuole percorrere per rilanciare la propria economia.

Incertezza e convenienza relativa hanno già spinto taiwanesi, giapponesi, hongkonghini e singaporeani fuori dalla Cina, a ritmi drammatici che per certe nazioni superano tassi dell'8% l'anno. Se faranno la stessa cosa anche americani ed europei per il Paese sarà un disastro. C'è chi dice che la fuga delle multinazionali ha già iniziato ad essere controbilanciata dai capitali che si stanno riversando nel terziario, ma la Cina non è ancora sufficientemente matura per occuparsi da sola dell'intero comparto manifatturiero. Ecco perché ha bisogno dell'America. Ed ecco perché, nel fine settimana che si è appena concluso, Xi Jinping ha mostrano a Obama il suo lato più accomodante. 

Se dalle nuove priorità di Cina e Stati Uniti sarà possibile rilanciare un'allenza economica che porterà i due paesi a evitare di prendere decisioni unilaterali potenzialmente dannose per la controparte, non saranno solo cinesi e americani a trarne vantaggio, ma i mercati di tutto il mondo. Se Pechino e Washington saranno costrette a discutere insieme le politiche per affrontare la crisi finanziaria, è possibile che le principali potenze economiche del pianeta riescano davvero a ricostruire un legame in cui trasparenza e fiducia vengano poste sullo stesso piano dei rispettivi interessi nazionali. Xi Jinping lo sa bene. Tant'é che ha rilanciato il motto del "nuovo corso" per trarre da questa situazione qualche vantaggio anche sul piano dell'immagine. Recuperando così credibilità politica sullo scacchiere internazionale ma anche in patria, in un momento in cui ne ha più che mai bisogno.  

 
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