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Movimento 5 Stelle e chiusura dell'Ilva: braccio di ferro tra tarantini e Di Maio

Gli operai dello stabilimento siderurgico hanno votato in massa i pentastellati, che a Taranto hanno fatta campagna elettorale puntando sullo stop dell'impianto. Ma i vertici grillini a Roma non sono della stessa opinione dei militanti locali

Ilva

Mimmo Mazza

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Come fanno gli undicimila operai dell'Ilva di Taranto a conciliare il loro posto di lavoro con il voto al Movimento 5 Stelle che vuole la chiusura dell'acciaieria più grande d'Europa? A un osservatore distante dalla città dei due mari, capitale della Magna Grecia e dell'acciaio, la domanda nasce spontanea. 

Ilva: la distanza tra i 5 Stelle nazionali e quelli tarantini

Ma prima ancora di cercare le risposte e investigarle, bisogna chiarire che la domanda contiene un assunto sbagliato, e non quello relativo agli operai che sosterrebbero masochisticamente chi vuole mandarli a casa ma che il Movimento 5 stelle voglia davvero la chiusura della fabbrica. Sul punto i 5 Stelle tarantini e quelli nazionali appaiono separati dalla nascita del Movimento: Beppe Grillo e Luigi Di Maio sono per la prosecuzione dell'attività produttiva, i meet up di Taranto, nelle cui fila militano moltissimi operai, per la chiusura.

Il padre nobile del Movimento 5 stelle nei mesi successivi all'arresto di dirigenti e proprietari e al sequestro dell'area a caldo, accusati da una perizia terza di avere emissioni causa di malattie e morti per operai e cittadini, è stato a Taranto due volte (dicembre 2012, gennaio 2013), quasi sconfessando i portavoce cittadini del movimento: "Non mi interessa che i signori Riva siano ai domiciliari, risarciscano la città. E riguardo al futuro dell'Ilva, lo decidano i tarantini con un referendum".
Consultazione che si tenne nell'aprile 2013, rivelandosi un flop in quanto andò a votare solo il 19,5 per cento degli aventi diritto, percentuale perfino più bassa proprio nei quartieri operai più vicini al complesso siderurgico.

Eppure una manciata di giorni prima il Movimento 5 stelle aveva ottenuto alle politiche il 27 per cento dei voti, ricevendo - secondo alcuni analisti - il voto di 9 operai su 10 ed eleggendo due parlamentari che però subito dopo passarono al gruppo misto.

La storia si è ripetuta alle elezioni dello scorso 4 marzo, quando i 5 Stelle hanno sfiorato in città il 50 per cento, eleggendo ben cinque parlamentari, malgrado lo sconcerto provocato dalla tappa tarantina di Di Maio il quale, invece di allinearsi sullo slogan "Ilva is killer" pronunciato dai portavoce locali in campagna elettorale, disse che "l'Ilva doveva continuare a produrre, a garantire occupazione e anzi ad aumentare i posti di lavoro", costringendo il movimento il giorno dopo a ribadire che i 5 Stelle tarantini erano e sono per la chiusura dell'Ilva. Operai compresi, come Massimo Battista, dipendente dell'Ilva e consigliere comunale del Movimento 5 Stelle.

Cosa dice il comitato per la chiusura dell'Ilva

Battista è una delle colonne portanti del comitato dei lavoratori Liberi e Pensanti, nato il 2 agosto 2012 in piazza della Vittoria, nel cuore di Taranto, facendo irruzione con una Apecar per interrompere il comizio che i leader sindacali Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti, Susanna Camusso e Maurizio Landini si apprestavano a fare sull'Ilva. Da allora il comitato ha fatto politica, candidando propri rappresentanti alle comunali del 2017 nella lista dei 5 Stelle e organizzando il concerto dell'1 maggio a Taranto, in contrapposizione con quello promosso dai sindacati confederali a Roma, che quest'anno è stato utilizzato per promuovere il Piano Taranto che parte dalla chiusura dell'Ilva.

"Quando ho intrapreso questa avventura, aderendo prima a un meet up e poi accettando la candidatura come consigliere comunale" dice Battista "l'ho fatto mosso da un solo obiettivo: liberare Taranto dalla monocultura dell'acciaio e dalle industrie inquinanti presenti nel territorio. Da allora non è cambiato nulla, l'Ilva va chiusa, mediante un accordo di programma che preveda la riconversione economica dell'intero territorio jonico, che non lasci indietro nessun operaio, che possa dare un futuro diverso alla mia città. Così come sono state salvate in una notte le banche dai governi nazionali così pretendo che vengano tutelati gli operai dell'Ilva. Chi pensa di poter sacrificare Taranto, o farla passare in secondo piano, non ha fatto i conti con il sottoscritto".

"Taranto, i suoi cittadini e i suoi operai vanno liberati dal ricatto occupazionale, tutelando salute e lavoro". Massimo Battista

"Non permetterò che, ancora una volta, sia la nostra terra a pagare, a diventare merce di scambio" è sempre la parola di Battista. "Il mio impegno sarà profuso affinché i tarantini, la loro salute e il loro lavoro diventino una vertenza nazionale. Perché questa città e il suo popolo meritano rispetto, dopo decenni passati al servizio del sistema Paese, tocca a noi riscuotere. Ora è il momento di tener fede alle promesse: Taranto, i suoi cittadini e i suoi operai vanno liberati dal ricatto occupazionale, tutelando salute e lavoro. Non ci sono altre vie d'uscita, sia chiaro a tutti".

Non tutti i dipendenti dell'Ilva sono per la chiusura

"Ma non tutti i dipendenti che hanno votato per il Movimento 5 stelle sono per la chiusura e nello stesso tempo anche tra chi non ha votato per i grillini c'è chi vuole l'Ilva chiusa e l'economia tarantina riconvertita" dice Vincenzo De Marco, operaio dell'Ilva e scrittore. "Lavoro nel siderurgico da 18 anni, ho visto morire sei operai, l'ultimo in ordine di tempo Giacomo Campo, nel settembre 2016. Tantissimi di noi operai hanno preso coscienza di quello che l'azienda nella quale lavoriamo produce in termini di malattie e morte così come abbiamo preso coscienza che i sindacati purtroppo all'interno di quella fabbrica hanno pensato solo ai loro interessi, senza offrire nessuna tutela reale agli operai. L'Ilva per come è ridotta è destinata a chiudersi da sola, e se ci sono operai che lo dicono oppure sostengono forze politiche che almeno teoricamente sono per la chiusura è perché finalmente ci sono sempre più persone che vanno oltre il proprio orticello personale".

Aggiunge Ciccio Maggio, delegato Fiom: "Ho molti colleghi che hanno votato per i 5 Stelle ma come voto di protesta, non perché volevano rimetterci il posto di lavoro. La verità è che il 99,9 per cento dei dipendenti dell'Ilva hanno bocciato l'operato del Pd sul siderurgico, dai giorni del sequestro a quelli più recenti della cessione a Mittal".

Tra i cinque tarantini eletti al Parlamento dal Movimento 5 Stelle non ci sono operai ma sulla chiusura dell'Ilva la linea è una sola, almeno in riva allo Jonio e diktat romani permettendo. "Va istituito" dice il senatore Mario Turco, commercialista e docente universitario "un tavolo di discussione ad hoc per comprendere la realtà del caso Taranto e quanto questo territorio attende e invoca da anni. Nei prossimi giorni incontreremo tutti i sindacati per illustrare la nostra proposta per Taranto. È arrivato il momento di cambiare rotta, dando seguito a una programmata serie di bonifiche, riqualificando e utilizzando la forza lavoro. Allo stesso tempo è necessario avviare la chiusura programmata dello stabilimento, unitamente a una serie di investimenti pubblici produttivi volti a potenziare e completare le infrastrutture presenti, in primis porto e aeroporto, favorendo l'insediamento di nuove attività nel campo della robotica e dell'aerospaziale, oltre che rilasciando le vere vocazioni dell'intero territorio, ossia quelle agricole, della miticoltura, del turismo e della cultura".

Il significato del voto del 4 marzo nel Mezzogiorno

A una Taranto a 5 Stelle e con l'Ilva chiusa non crede il sindaco Rinaldo Melucci (Pd), eletto un anno fa a dispetto di tutti i pronostici che davano vincenti proprio i grillini in chiave anti-fabbrica. "Quello dello scorso 4 marzo è stato un voto che pretendeva cambiamento. È stato uno schiaffo a chi ha governato. Un voto che ha punito la politica nazionale degli ultimi anni perché giudicata assente. Un po' a torto secondo me. È stata la bocciatura di tanti personalismi, la strizzata d'occhio del Paese al populismo che avanza ovunque in Europa, purtroppo. Dunque, non un voto a livello locale che voleva esprimersi sulla questione Ilva in sé. Anche perché escludo che la stragrande maggioranza dei lavoratori del siderurgico voglia davvero la chiusura, lo si registra dalle recenti assemblee di fabbrica. Nell'Ilva ci sono persone prima ancora che operai; persone che affrontano gli stessi problemi degli uomini e delle donne del Sud: la precarietà, la disoccupazione, l'istruzione per emancipare i propri figli, cure di buon livello vicino casa, ecc. Non sono gli operai dell'Ilva che votano in massa il Movimento 5 stelle, è l'intero Mezzogiorno che grida. Un Mezzogiorno che si è sentito abbandonato dal governo centrale, evidentemente".


(Articolo pubblicato sul n° 22 di Panorama, in edicola dal 17 maggio 2018 con il titolo "Chiudere l'Ilva? È braccio di ferro, anzi d'acciaio")


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