Carlo de Benedetti lascia Cir. Fine di un'epoca

L'Ingegnere passa la mano ai figli. Storia di un uomo d'affari lucido, antagonista, amante dell'editoria

Carlo De Benedetti (Credits: ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

Sergio Luciano

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Un padre molto “demanding”, direbbe la Fornero (“esigente”, tradotto), per tre figli che non hanno potuto essere molto “choosy” (schizzinosi) perchè lui li ha messi sempre severamente alla prova: il rapporto tra Carlo De Benedetti, l'Ingegnere, l'imprenditore torinese che ha fondato il gruppo Cir e controlla, tra l'altro, l'Editoriale l'Espresso e i suoi tre figli Rodolfo, Edoardo e Marco, ai quali ieri ha trasferito il possesso azionario dell'impero di famiglia è stato sempre impegnativo, ma forte. Polemico, ma intenso.

Qualcuno ricorda l'effetto icastico che faceva, nella primavera del '99, la lunga tavolata al ristorante Santini di Milano dove, a mezzanotte passata, Roberto Colaninno festeggiò il successo nella scalata alla Telecom: ebbene, al fianco di Colaninno sedevano da una parte Franco Debenedetti, fratello di Carlo, e dall'altro Marco, il figlio secondogenito dell'Ingegnere, all'epoca amministratore delegato di Tim. Nei mesi precedenti, durante la feroce battaglia borsistica sull'Opa più grande del mondo (all'epoca) Carlo De Benedetti, dopo aver declinato un precedente invito ad essere della partita, non aveva lesinato critiche pubbliche durissime all'operazione e ai sedicenti “capitani coraggiosi” che avevano affiancato Colaninno. Ma questo non aveva inibito figlio e fratello dall'appoggiare Colaninno. E del resto Marco, da tempo, non lavorava già più nell'ambito delle aziende di famiglia.

Neanche l'altro figlio dell'Ingegnere, Rodolfo - capo del gruppo come presidente esecutivo delle due finanziarie Cofide e Cir di cui il padre lascia il vertice – è mai stato uno yes-man col padre, anzi ha avuto sempre una dialettica forte, pur senza mai rompere e anzi ricercando la necessaria ricomposizione dei contrasti in scelte mediate rispetto agli input iniziali del fondatore. Insomma, un rapporto contrastato: che si espresse in particolare tre anni fa quando l'Ingegnere fece un primo passo indietro dagli incarichi operativi, parzialmente rimangiandoselo con la scelta di restare al vertice del Gruppo Espresso (dove tuttora rimarrà) alla cui proprietà tiene moltissimo, mentre Rodolfo – notoriamente – considera anche quella partecipazione come un puro business, da tenere o vendere secondo le opportunità, senza alcun particolare legame di tipo ideale o affettivo o d'interesse politico-culturale, come quelli che invece nutre il padre. E tre anni fa l'avrebbe venduta.

Ed Edoardo? Lui, rispetto al solco imprenditoriale del nonno Rodolfo e del padre, s'è distanziato da ragazzo, studiando medicina e praticandola, a buon livello, in Svizzera: tant'è che nel gruppo ha, oggi, solo un incarico di consigliere nella controllata Kos, che gestisce cliniche per la terza età.

Sarebbe insomma un errore ricondurre la scelta dell'Ingegnere alla crisi congiunturale, che il gruppo infatti sta vivendo meglio di molti altri, pur avendo innegabilmente conosciuto tempi migliori. Né deve farlo credere la nomina di Monica Mondardini al ruolo di amministratore delegato della Cir – tra l'altro, unica manager “quota rosa” al vertice di un grande gruppo industriale – perchè si tratta di una scelta condivisa da Rodolfo e non imposta dal padre.

All'Ingegnere neanche i detrattori disconoscono una forte lucidità nell'analisi delle situazioni, aziendali e macroeconomiche, e il gusto di un netto anticonformismo ideologico (anzi, un vero antagonismo da capitalista dissidente) nel quale il suo grandissimo ego ha sempre incardinato il culto piuttosto narcisista della propria superiorità su coloro con cui deve o vuole confrontarsi: un tempo, l'Avvocato Agnelli, per certi versi modello ma per molti altri rivale da superare, più recentemente Silvio Berlusconi e in generale i vari capitani d'impresa, soprattutto quelli “fondatori” d'impresa come lui (quando Carlo De Benedetti rilevò la Gilardini dal padre Rodolfo, si ritrovò con un'aziendina di modestissime dimensioni...). Quest'atteggiamento gli ha dato anche la legittimazione intellettuale per porsi come “sfidante” dei vari imperi capitalistici precedenti – Agnelli, Pirelli, Pesenti – e lo accompagna tuttora, sia pur attenuato dagli anni e dal mutato scenario del sistema finanziario.

Spinto forse, anche, da questo senso di superiorità De Benedetti ha spesso fatto scelte forti, se non controcorrente: e senza dubbio lo è stata questa di cedere la proprietà in vita e lasciare gli incarichi operativi in un mondo dove i “padri-padroni” tendono a non mollare mai, fanno causa ai figli, litigano sulle divisioni ereditarie o espropriano la linea successoria di qualsiasi diritto sulle aziende. De Benedetti aveva sempre detto che non avrebbe conservato ad ogni costo e sine die la presa sul gruppo oltre i 75 anni ed effettivamente tre anni fa ha iniziato un processo che ieri si è sostanzialmente compiuto, Espresso a parte.

Su un fronte, però, Carlo De Benedetti ha mancato: quello delle strategie d'investimento. Sul finire degli Anni Novanta, mentre la globalizzazione galoppava in tutto il mondo, l'Ingegnere teorizzava che nel grande mercato finanziario unico il futuro delle aziende di famiglia avrebbe potuto essere difeso in regime di continuità proprietaria soltanto a condizione di concentrare gli investimenti nell'ambito dei cosiddetti “monopoli naturali”, quelli strutturalmente al riparo dalla concorrenza. E, coerentemente, aveva concorso all'acquisto di alcuni di questi “monopoli naturali” - per esempio Autogrill e Grandi Stazioni – senza riuscirci.

Aveva poi puntato su due settori anticiclici: l'energia e l'assistenza sanitaria agli anziani, ma il primo – dove il gruppo opera con Sorgenia, che quest'anno perderà un'ottantina di milioni – dopo una prima fase florida ha conosciuto un'inversione di tendenza di gravità imprevedibile a causa dell'altrettanto imprevedibile recessione che mezzo mondo sta vivendo, e il secondo va bene ma certo non quanto un quadro più florido della finanza pubblica permetterebbe. Restano l'ottimamente gestita Sogefi, che però è pur sempre legata al settore automotive non certo florido, e l'editoria: dove il gruppo Espresso, pur ben bilanciato nei vari media (leader in Italia su Internet, nelle radio e nei quotidiani locali e co-leader nei quotidiani nazionali) deve comunque fare i conti con un'epocale rivoluzione tecnologica e commerciale che ha contorni imprevedibili e prospettive di inevitabile contrazione di volumi e margini.

Che a gestire una probabile “ridefinizione” del portafoglio degli investimenti di famiglia siano in prima linea i figli è una cosa logica. Peraltro, l'Ingegnere non è il tipo da defilarsi in qualche “buen retiro” tropicale senza far sentire le sue idee. Dalle cariche sociali ci si può dimettere, dall'antagonismo caratteriale, mai.

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