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Bpm-Banco Popolare, perché la Bce ha fermato la fusione

L'unione tra i due istituti sembrava cosa fatta ma le autorità di Francoforte chiedono un patrimonio più forte. Lo spettro di un aumento di capitale

Popolare-Milano

Andrea Telara

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Fino a poco tempo fa, sembrava ormai cosa fatta. E invece, nelle scorse settimane, la possibile fusione tra la Banca Popolare di Milano (Bpm) e il Banco Popolare ha incontrato uno scoglio imprevisto: le perplessità mostrate dagli organi di vigilanza di Francoforte, che operano in seno alla Banca Centrale Europea (Bce). Secondo i “supervisor” della Bce, i due istituti italiani non possono ancora convolare a nozze, se prima non chiariscono alcuni elementi importanti sul gruppo che vedrà la luce dopo la progettata unione.


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Gli elementi da chiarire, che la Bce ha elencato una lettera inviata ai vertici di entrambe le banche, riguardano fondamentalmente due aspetti: l'assetto societario e il livello di patrimonio del nascituro gruppo. Gli organi di vigilanza di Francoforte vogliono infatti vedere una nuova banca con una governance snella e, soprattutto, con un patrimonio ben solido per sostenere il peso dei crediti deteriorati (non performing loans-Npl), cioè i prestiti in sofferenza che hanno buona probabilità di non essere rimborsati.


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Non è un mistero che i crediti deteriorati , cresciuti nel nostro paese dai 43 miliardi di euro del 2008 ai 200 miliardi del 2015, siano oggi una spina nel fianco per quasi tutte le maggiori banche italiane, tra cui Bpm e Banco Popolare non fanno certo eccezione. Anzi, entrambe gli istituti sono tra i gruppi bancari finiti nel gennaio scorso sotto la lente della Bce, che ha avviato una indagine conoscitiva sulle gestione delle loro sofferenze, oltre che su quelle di Unicredit, Carige, Mps e Bper. In realtà, la Bce si è premurata di specificare che la sua iniziativa rientra nella prassi ordinaria della vigilanza e non ha nulla di eccezionale. Tuttavia, l'indagine degli organi di Francoforte è bastata per gettare un po' di preoccupazione sui mercati finanziari dove, proprio nel gennaio scorso, si è assistito a un pesante tonfo delle azioni delle banche italiane, che hanno trascinato con sé l'intero listino milanese.


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Il timore degli operatori di borsa, riguardo alla prospettata fusione tra Bpm e Banco Popolare, è che ai due istituti venga vietato di fondersi senza aver prima messo in cantiere un aumento di capitale, proprio allo scopo di rafforzare il patrimonio. Per adesso, a dire il vero, gli organi della Bce non hanno parlato esplicitamente di ricapitalizzazione. Questa ipotesi sembra però riacquistare quota, almeno secondo gli operatori finanziari più timorosi. Per alcuni analisti come quelli di Banca Imi, la necessità di un aumento di capitale potrebbe provocare uno stop nelle trattative tra Bpm e Banco Popolare, visto che un'operazione di questo tipo era stata esplicitamente esclusa dai vertici di entrambe gli istituti.


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