Perché il "bollino antimafia" è un flop clamoroso

Su 144mila aziende potenzialmente interessate, l'hanno ottenuto solo in 131. Ecco perché, in realtà, serve solo alle banche

Il presidente dell'Autorità Antitrust Giovanni Pitruzzella. (Imagoeconomica)

Marco Cobianchi

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L’ultima arrivata si chiama Set Up Live Srl, società di Torino che si occupa di allestimenti per eventi e concerti. È quella che sta dietro l’organizzazione degli ultimi spettacoli live di Ligabue e degli One Direction. La Set Up Live Srl è una delle aziende italiane ad aver ottenuto il "rating di legalità": un attestato che viene rilasciato dall’Autorità Antitrust alle imprese che ne fanno richiesta. Il “rating” è stato introdotto nel 2012 dal governo Monti e, a due anni dalla sua introduzione, si è rivelato un colossale e costoso flop, che ha aumentato la burocrazia pubblica, i costi per le imprese e non ha raggiunto lo scopo (francamente, ambizioso) di stabilire quali sono le imprese italiane “buone” e quelle “cattive”.

Quante sono
Quelle che hanno chiesto e ottenuto il bollino sono tutte piccole imprese come, ad esempio, Arcasensa (lavorazione del ferro), Puliverde di Crotone, Sea Impianti di Chieti e la cooperativa sociale Astir di Prato che si occupa di assistenza agli anziani. Le grandi imprese sono tutte assenti. Non c’è Eni, Enel, Poste e Ferrovie, ma nemmeno Fiat, Pirelli, Telecom e Luxottica. Non c’è nemmeno un’azienda quotata. Quindi, se il "rating di legalità" doveva servire a identificare le aziende "mafia-free", si dovrebbe concludere (ovviamente non è così) che tutte le imprese italiane, tutte le filiali di multinazionali straniere, le imprese pubbliche, le municipalizzate, le cooperative sono in qualche modo infiltrate dalla criminalità organizzata.

Tutte inquinate tranne 131, quelle che hanno chiesto e ottenuto il "rating di legalità" all’Antitrust. Si potrebbe pensare che sono così poche a causa dei soliti problemi burocratici. Si potrebbe credere, cioè, che l’Antitrust non riesce ad evadere la grandinata di richieste che le è piovuta addosso dal 2012 a oggi. Purtroppo no: in coda per ottenere il "bollino" ci sono solo 87 aziende per un totale, tra quelle certificate e quelle in attesa di esserlo, di 218 aziende. Per apprezzare nella sua gravità il flop del "rating di legalità" basta considerare che le aziende che possono far richiesta della certificazione sono 144.484, cioè tutte quelle che hanno un fatturato superiore ai 2 milioni di euro. Eppure il presidente dell’Autorità, Giovanni Pitruzzella, al momento dell’istituzione del "bollino" sembrava certo che avrebbe funzionato: il "rating di legalità" - disse, "sancisce un principio fondamentale: non può esserci un mercato funzionante se non c'è il rispetto delle regole, se non si elimina dal tavolo del gioco la criminalità con le sue carte truccate".

Un’idea condivisa
In realtà un po' a tutti sembrò un'eccellente idea. Soprattutto a Confindustria, che nel 2012 vide il passaggio del testimone alla presidenza tra Emma Marcegaglia e Giorgio Squinzi, che lo propose, accendendo gli entusiasmi anche dell’Abi, l’associazione delle banche italiane e, soprattutto, di Renato Schifani, allora presidente del Senato, sponsor politico dell’intera operazione. L’entusiasmo per la trovata fece fioccare i protocolli d’intesa con le Prefetture, con le sedi locali di Confindustria e con diverse banche con l’obiettivo di incentivare le aziende, soprattutto quelle con sede sociale nel Mezzogiorno, a chiedere il rating e passare, così, dalla parte di quelle "buone". Ebbene: su 131 che hanno ottenuto il bollino, meno di 30 hanno sede nelle Regioni più a rischio, la maggior parte sono del nord dove la criminalità organizzata è un problema da non sottovalutare, ma dove certamente non è un'emergenza come al Sud.

E, allora, perché sono soprattutto le imprese del nord a fare domanda per essere "certificate"? Per rispondere occorre rifarsi al testo della legge istitutiva secondo la quale "del rating attribuito si tiene conto in sede di concessione di finanziamenti pubblici da parte delle pubbliche amministrazioni, nonchè in sede di accesso al credito bancario". In altre parole la certificazione serve soprattutto alle banche che si risparmiano lunghe e costose verifiche sull’affidabilità di un’impresa visto che il lavoro che dovrebbero fare loro viene in realtà svolto dall’Antitrust. Ed è proprio per questo che tra i più entusiasti sostenitori della necessità di introdurre il rating ci fu l’Abi.

La tassa
E la cosa davvero incredibile è che per far fronte al nuovo gravoso impegno dell'Autorità Antitrust, nel 2012 non solo si decise di assumere altre 20 persone ma, soprattutto, si decise di aumentare il fondo di dotazione dell'ente pubblico cambiando il meccanismo di reperimento dei fondi. Prima del 2012 l’Antitrust si finanziava con versamenti diretti da parte dello Stato; un fondo di solidarietà alimentato da tutte le Authority indipendenti; un contributo da parte delle aziende che hanno l’obbligo di comunicare operazioni di concentrazione oltre che con una quota delle sanzioni che l’Autorità stessa comminava alle imprese per pratiche scorrette. Dal 2012 non è più così: è stato imposto un contributo a tutte le imprese italiane che fatturano dai 50 milioni in su (in tutto sono 5.642) pari allo 0,08% per mille sul fatturato con un tetto massimo pari a 100 volte il minimo. In pratica un'impresa che fattura 50 milioni paga 4mila euro l'anno e una che fattura diversi miliardi ne paga 400mila. Tra l’altro la scadenza per il pagamento è caduta pochi giorni fa: il 30 luglio. Una tassa in più sulle aziende che serve per finanziare quello che si è rivelato un imbarazzante flop.

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