Birra, perché AB InBev e SABMiller hanno unito le forze

La domanda è in calo, i prodotti sono sempre più competitivi e sono aumentate le esigenze dei clienti che sempre più spesso scelgono le artigianali

INAUGURAZIONE EATALY

Birre a Eataly – Credits: DANIELE SCUDIERI / Imagoeconomica

Massimo Morici

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L'unione tra AB InBev e SABMiller non è solo una delle maggiori fusioni della storia ma porterà anche a una delle maggiori concentrazioni di marchi in mano a un solo operatore.

Assieme i due gruppi controlleranno quasi il 31% del mercato mondiale e oltre 350 differenti etichette.

In altre parole, una bottiglia di birra su tre in tutto il mondo avrà lo stesso padrone.

Il nuovo gigante della birra, infatti, oltre a essere fortissimo in Europa e Nord America, combinerebbe la posizione dominante del gruppo belga–brasiliano in America Latina con la forte presenza di SABMiller in Africa, due mercati in rapida crescita.

Insieme potrebbero rafforzare la loro posizione in Asia dove competono con i produttori cinesi e indiani.

Le ragioni del matrimonio
A spingere i due colossi alla fusione, è l’attuale stato dell’industria mondiale della birra che secondo l'americana McKinsey & Company deve affrontare la sua sfida più importante degli ultimi 50 anni.

La domanda è in calo, i prodotti sono sempre più competitivi, mentre sono aumentate le esigenze dei clienti (il caso del boom delle birre artigianali).

Negli Stati Uniti, uno dei maggiori consumatori, la produzione continua a essere stagnante. Ed è così da almeno sette anni.

In altri importanti mercati, come Francia e Regno Unito, i volumi sono crollati del 10% nello stesso periodo.

In Germania, paese per eccellenza della birra, i consumi di questa bevanda sono calati di un terzo negli ultimi 40 anni.

Le ragioni sono molte: i cambiamenti demografici, i differenti regimi di tassazione, ma anche la concorrenza di altre bevande, come vino, sidro o drink analcolici.

I siti industriali progettati per la produzione di grandi volumi a basso costo, inoltre, non sono adatti a produrre birre di nicchia in grado di fare concorrenza alle birre artigianali.

L'insieme di questi fattori, secondo gli esperti, non creerà solo ostacoli ai grandi player ma segnano addirittura l'inizio di una nuova era, certo non facile per l'intero settore.

Cosa cambia in Italia e nel mondo
Quando compriamo una birra al supermercato, in Italia è assai probabile che sia straniera, anche se l'etichetta è italiana.

SABMiller (che controlla anche Pilsner Urquell, Grolsch e Miller) è dei due partner quello che ha investito massicciamente nella Penisola.

Sua è la romana Birra Peroni, che a sua volta controlla i marchi italiani Nastro Azzurro, Birra Raffo di Taranto e Wuhrer di Brescia.

Non è la sola. Tolti i piccoli birrifici artigianali, infatti, solo quattro marchi di birra industriale sono rimasti in mano italiana, stando all’ultimo rapporto di Assobirra, quello del 2014.

Sono l'altoatesina Forst, che controlla la piemontese Menabrea, e la friulana Birra Castello (sua è anche la veneta Pedavena). 

La varesina Angelo Poretti è della danese Carlsberg che vende in Italia anche la Tuborg.

L’olandese Heineken controlla la sarda Ichnusa, i marchi friulani Birra Moretti e Sans Souci, la triestina Dreher e la bergamasca Von Wunster, oltre a commercializzare noti brand globali tra cui Heineken, Affligem, Fischer e Paulaner.

Il gruppo AB INBev non ha alcun marchio italiano, ma ha portato nel nostro paese birre note in tutto il mondo, come le tedesche Beck’s, Spaten, Lowenbrau e Franziskaner, la messicana Corona, l’americana Bud, le belghe Leffe e Stella Artois e la britannica Tennent’s.

Se allarghiamo lo spettro a tutto il globo, nel 2014 AB InBev controllava quasi il 21% del mercato mondiale della birra, e cioè una bottiglia su cinque.

Al secondo posto, SABMiller con una quota di poco inferiore al 10%. Poi Heineken al 9%, Carlsberg e China Resources Enterprise al 6%.

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