Banche venete, la beffa: spariti i fondi per i "casi sociali"

Il decreto legge suella liquidazione esclude il passaggio a Intesa dei debiti "verso gli azionisti". I liquidatori dovranno seguire le norme dei fallimenti

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Protesta di risparmiatori, davanti al Ministero dell'Economia – Credits: ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

Stefano Caviglia

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La liquidazione di banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca (e la conseguente cessione di quel che ne resta a Banca Intesa) si sta rivelando una notizia ancora peggiore del previsto per migliaia di risparmiatori travolti dalla gestione dissennata dei due istituti veneti. Per quel che se ne sa oggi, infatti, la procedura messa in movimento dal decreto legge del 25 giugno farà sparire ben 60 milioni accantonati nei mesi scorsi da entrambe le banche (30 ciascuna) per i più poveri fra risparmiatori stangati.


Quei soldi dovevano servire a rimettere in sesto le vite di tanti “casi sociali”, gente che in seguito alla distruzione dei propri risparmi non riesce più ad andare avanti: anziani in precarie situazioni di salute, famiglie che rischiano di perdere la casa, genitori che fanno fatica a mantenere i figli.

- LEGGI ANCHE: A cosa dovevano servire i 60 milioni

Ma adesso anche quei fondi sono spariti, esattamente come è accaduto negli anni passati ai risparmi di cui sopra. Le banche si erano convinte, dopo una lunga trattativa con le associazioni dei risparmiatori, ad accantonare le risorse necessarie e aspettavano di verificare gli indici di reddito e patrimonio familiare (ISEE) per cominciare a pagare gli indennizzi a chi ne aveva diritto. Peccato che le cose siano nel frattempo completamente cambiate.

Subito dopo l'annuncio della liquidazione sembrava che fossero a rischio solo i rimborsi per chi non aveva ancora presentato l'isee, ma ora è chiaro che, a meno di nuovi interventi, è l'intera consistenza dei fondi a essere stata azzerata.

La procedura da seguire

Il decreto approvato dà mandato di cedere in blocco attività e passività delle due banche, ma con alcune eccezioni, fra cui “i debiti nei confronti dei propri azionisti... derivanti dalle operazioni di commercializzazione di azioni... o dalle violazioni della normativa sulla prestazione dei servizi di investimento…”. Vuol dire che gli obblighi già presi verso gli azionisti non passeranno a Intesa ma resteranno in capo ai liquidatori, che gestiranno le risorse residue delle due banche seguendo le regole previste dalla legge per ogni fallimento: prima i creditori privilegiati (lo Stato e Banca Intesa), i dipendenti, i fornitori, e solo alla fine gli azionisti (in questo caso risparmiatori gabbati e per di più in condizioni di disagio sociale), che verosimilmente non troveranno più nulla.

Le associazioni dei risparmiatori sono a dir poco deluse. “Il governo avrebbe potuto mettere una postilla per trasferire a Intesa gli impegni già presi dagli amministratori", dice il portavoce dell'Associazione soci popolari venete, Francesco Celotto. "Invece si fa un regalone a Intesa lasciando i risparmiatori con un pugno di mosche”.

Con il senno di poi si può dire che la scelta giusta è stata fatta dai 120 mila che a marzo scorso hanno accettato il 15 per cento per chiudere la partita. Per quanto assurdo, in teoria potrebbero anche vedersi richiedere indietro i soldi, ma sarebbe troppo complicato e dunque è quasi da escludere che i liquidatori possano farlo.

La soluzione (im)possibile

E tutti gli altri? “L’unica via d’uscita a questo punto sarebbe un fondo nazionale per le vittime delle truffe bancarie in cui far rientrare anche i "casi sociali" di Popolare di Vicenza e Veneto Banca”, dice Patrizio Miatello dell’associazione dei risparmiatori Ezzelino da Onara III, che ha appena avanzato questa proposta. Ci vorrebbe una mossa decisa del governo e forse anche qualche argomento convincente con cui sostenerla a Bruxelles. Al momento c’è bisogno di una buona dose di ottimismo per pensare che accada qualcosa del genere.

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