Banche venete: perché il decreto sarà approvato

Qualunque rimborso ai risparmiatori-azionisti sarebbe pagato da Intesa che detta le regole della partita. E anche l'Ue spinge nella stessa direzione

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Il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan - 3 giugno 2017 – Credits: ANSA/DANIELE MOSNA

Stefano Caviglia

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La premessa è che per gli ex soci di Popolare di Vicenza e di Veneto Banca si profila una beffa atroce. Decine di migliaia di loro, nel mese di aprile, hanno rifiutato il 15 per cento delle perdite subite (proposto dalle due banche a titolo di transazione tombale), nella convinzione che fosse ormai chiara a tutti la loro condizione non di incauti azionisti, bensì di risparmiatori gabbati che avrebbero diritto a un ristoro ben maggiore. Ed è ancora così.

Peccato che nel frattempo la cassa a cui attingere sia stata spostata, con mossa da prestigiatore, dalle due banche responsabili a una terza, Banca Intesa, che non alcuna responsabilità nel disastro. Il risultato è che le loro ragioni (pur numerose e ben sostenibili in un ipotetico giudizio) non valgono più nulla o quasi, a causa di un cambiamento di scenario impossibile da prevedere fino a poche settimane fa.


Questa è la condizione creata dal decreto sulla liquidazione coatta delle due banche venete (con conseguente cessione a Intesa) varato dal governo il 25 giugno scorso e che sarà quasi certamente convertito in legge senza modifiche di rilievo nelle prossime settimane. Le critiche e le proteste sono molte e arrivano un po’ da tutte le parti. Qualcuno, come il presidente della Regione Puglia (Pd) Michele Emiliano, dice che il decreto è “invotabile”. Eppure sarà quasi certamente votato, perché al momento non si vede alcuna alternativa praticabile.

Il ruolo di Intesa

Qualsiasi modifica a vantaggio dei risparmiatori, come l’accantonamento a loro favore di una fetta dei 5 miliardi messi sul tavolo dal governo, andrebbe infatti a gravare sul vero protagonista della partita, che comprando al prezzo di un euro salva dal fallimento due istituti altrimenti costretti a chiudere bottega nel giro di pochi giorni. Con quale forza il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan potrebbe chiedere all’amministratore delegato di Intesa, Carlo Messina, di accollarsi un miliardo di oneri in più per non lasciare a bocca asciutta le decine di migliaia di risparmiatori ingannati da due banche che non ci sono più? Non è così che ci si rivolge a un monopolista, e in questo caso Intesa lo è a tutti gli effetti, visto che altre offerte praticabili non ne sono arrivate. 

E poiché il primo obiettivo del governo è evitare un fallimento cruento di Popolare di Vicenza e Veneto Banca (di quelli con gli scatoloni dei dipendenti licenziati fuori dall’ingresso, i piccoli imprenditori costretti a rientrare in fretta e furia dai fidi e i drammi di tutti nei tg delle 20), è ben difficile che si arrischi a modificare l’equilibrio faticosamente raggiunto.

Il ruolo della Ue

Tanto più che anche la Commissione europea preme nella stessa direzione, sebbene per ragioni diverse: Bruxelles ha bisogno di far vedere ai contribuenti di tutta Europa che quando i manager fanno cose assurde (e nelle due venete ne sono state fatte in quantità) le banche possono fallire davvero, e questa sembra un’occasione ideale. Non per niente è stata già annunciata la decisione del governo di porre la fiducia.


L'incongnità impopolarità

Resta l’incognita della pesante impopolarità della scelta, per l’evidente ingiustizia subita dai risparmiatori e il vantaggio concesso alla prima banca d’Italia. I detrattori del provvedimento possono spendere anche l’argomento della presunta incostituzionalità di una legge in base alla quale alcuni creditori saranno protetti (gli obbligazionisti senior) e altri lasciati al loro destino (gli azionisti ingannati).

Ci sono avvocati seriamente intenzionati a sollevare questo elemento nelle prevedibili denunce. Ma alla fine a decidere è sempre la forza della reazione dell’opinione pubblica. E se è vero che la reazione di un paese democratico di fronte a una situazione palesemente ingiusta è sempre imprevedibile, ad oggi non sembra proprio che l’indignazione dei veneti basti a riscrivere le regole del potere e del consenso in Italia.

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