Banche venete, tra sofferenze e commissariamenti va in crisi il modello Nordest

Quattro piccoli istituti locali finiscono in pochi mesi nel mirino di Bankitalia. Per alcuni è l'onda lunga della recessione, per altri un accanimento. Mentre si cercano soluzioni.

– Credits: Villa Emo, sede del Credito Trevigiano (credits: Ansa)

Gianluca Ferraris

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Agli psicodrammi la pacifica Villa Emo non era di certo abituata. Ma è proprio qui, negli ampi saloni dell’edificio palladiano sede del Credito Trevigiano, che l’ultimo weekend di febbraio le dimissioni del presidente Nicola Di Santo, del suo vice e di due consiglieri hanno provocato proteste e scatenato dietrologie e timori. All’origine della caduta di Di Santo, in sella dal 2001, c’è lo spettro del commissariamento, dopo che un’ispezione di Bankitalia aveva messo in luce fondamentali non proprio brillanti per una delle più grandi banche venete del credito cooperativo. Nel primo semestre del 2013 il rosso di bilancio ha superato gli 8 milioni e potrebbe rivelarsi ben più marcato a fine esercizio, soprattutto se si considera la contemporanea esplosione di crediti deteriorati e sofferenze, a fronte di un calo di impieghi e margini di intermediazione.

A far infuriare i quasi 6 mila soci e i vertici superstiti del Credito Trevigiano non sono però i numeri (la banca, con un patrimonio di 139 milioni e oltre due miliardi di euro di massa amministrata è una delle più solide del Nordest), quanto l’impressione che le piccole banche venete stiano scontando un certo accanimento da parte di Palazzo Koch. "Dov’erano gli ispettori quando c’era da vigilare su Mps o sui prestiti, questi sì milionari e parecchio allegri, delle grandi banche agli amici degli amici?" si è sfogato con i cronisti locali un ex consigliere. Malumori sono stati espressi anche dal governatore Luca Zaia, sull’onda dei rumors che vedono un’altra Bcc, il CrediVeneto di Montagnana (Padova), nel mirino degli 007 di Ignazio Visco.

Che si tratti di persecuzione o meno, i numeri dicono che in meno di un anno, su 13 istituti finiti sotto la lente di Banca d’Italia, ben quattro sono veneti. Nel marzo 2013, causa "inadeguatezza degli assetti di governance e dei controlli interni", era stata commissariata la Banca del Veneziano, il cui presidente Amedeo Piva era anche, da un ventennio, l’uomo forte del credito veneto: numero uno della Federcasse regionale e vicepresidente nazionale. Un mese dopo la ghigliottina aveva colpito la Bcc Euganea, mutilata da tre bilanci consecutivi in passivo e da un’indagine per truffa e infedeltà patrimoniale che vedeva coinvolti i suoi vertici. 

A preoccupare gli addetti ai lavori adesso è il timore di un effetto domino. "Non è difficile intravedere in quel che sta succedendo un effetto di lungo periodo della crisi" spiega a Panorama.it Gian Angelo Bellati, direttore di Unioncamere Veneto "Le banche di credito cooperativo in questi anni hanno funzionato come un ammortizzatore, permettendo alle imprese del territorio di avere un po’ di ossigeno in più. Ma con il perdurare della congiuntura negativa questo legame finisce per metterne a rischio i fondamentali e offuscare quel minimo di ripresa che si intravede".

I numeri messi in fila dall’Abi e dalla Cgia di Mestre confermano i timori di Bellati: nel quinquennio 2008-2013 le sofferenze presso le banche venete sono più che triplicate, raggiungendo i 10,7 miliardi di euro e mostrando un tasso di crescita superiore alla media italiana, con punte più alte proprio nelle ex isole felici dell’economia locale. A Treviso nel quadriennio 2009-2013 le sofferenze sono aumentate del 268 per cento, a Venezia del 362, a Padova del 303. Il primo risultato è l’esplosione dei crediti "incagliati, di difficile riscossione o poco ammortizzabili": tradotto in termini prosaici, significa che sul territorio buona parte dell’attivo virtuale degli istituti è fatto di capannoni vuoti, negozi chiusi e macchinari fermi. Il secondo è che a fare le spese dello stallo sono anche le imprese che di finanziamenti avrebbero ancora bisogno per crescere, ragion per cui le imprese non investono e le banche vantano meno impieghi "buoni". A rischiare di avvitarsi su se stesso, insomma, è il "modello Nordest" nella sua interezza. Come dimostra anche il caso di Veneto Banca, fino a qualche anno fa baluardo del credito glocal e oggi costretta a una ricapitalizzazione che potrebbe spingerla a cedere i gioielli di famiglia o ad accettare il matrimonio con la Popolare di Vicenza.

Soluzioni? Per le 36 Banche di credito cooperativo venete il presidente Ilario Novella esclude soluzioni traumatiche: "Le difficoltà sono riferite a situazioni particolari legate a economie di territorio, il comparto è ancora in salute e andrebbe rafforzato, non indebolito". Secondo Patrizia Geria, a capo di Neofidi, uno dei più importanti consorzi di garanzia locali "occorre spingere su aggregazioni, governance migliori e sistema di tutele pubbliche". Più drastico Alessandro Sannini, advisor finanziario trevigiano che assiste diverse banche e aziende locali nell’emissione di minibond: "Le problematiche degli istituti commissariati sono le stesse di molte altre Bcc. O si cercano strumenti alternativi o così com’è il sistema rischia di non reggere a lungo". A Roma sembrano pensarla allo stesso modo, se è vero che proprio la situazione veneta ha rilanciato nei corridoi di Palazzo Koch e via XX Settembre il dibattito sull’ipotesi bad bank.     

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