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Le banche dopo gli stress-test: perché crollano in Borsa

Lo spettro di nuovi aumenti di capitale (in particolare per Mps e UniCredit) provoca un tonfo degli istituti di credito italiani

Unicredit-sede

Andrea Telara

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UniCredit, Mps, Ubi Banca e il Banco Popolare. È lunga la lista delle banche italiane che oggi sprofondano in borsa (con ribassi superiori al 6%, come Mps -16% e Unicredit -7,15%), benché venerdì scorso siano state promosse (con l'eccezione di Mps) agli stress-test dell'Eba, cioè gli esami con cui le autorità europee hanno passato ai raggi x il patrimonio dei maggiori istituti di credito continentali, per misurarne la solidità. Le banche italiane se la sono cavata bene, Intesa Sanpaolo è risultata addirittura la migliore di tutte ma, sia oggi che ieri, la speculazione ha continuato a colpire senza pietà i loro titoli sul listino. Non si è salvato neppure il Monte dei Paschi di Siena, che oggi perde addirittura più di 10 punti percentuali mentre ieri aveva invece chiuso in positivo (+0,5%), grazie al via libera al piano di salvataggio arrivato dalla Banca Centrale Europea (Bce). Perché questi nuovi tonfi a Piazza Affari?

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Alla base di tutto c'è un mix di fattori. In primis, non va dimenticato che la giornata odierna (e pure quella di ieri) è stata negativa per tutto il settore bancario europeo e non solo per quello italiane. Oggi c'è stato per esempio un profit warning, un allarme sugli utili da parte della tedesca Commerzbank, che realizzerà nel 2016 profitti inferiori al previsto e soprattutto inferiori a quelli del 2015.

Ma è un po' riduttivo pensare che solo qualche dato di bilancio deludente possa provocare degli scivoloni così pesanti in borsa per le azioni bancarie. In realtà, i mercati guardano a un po' tutto l'insieme del settore creditizio italiano ed europeo e temono che i problemi non siano affatto finiti. È vero che le banche del Vecchio Continente sono oggi più solide rispetto agli anni scorsi e possono affrontare in condizioni migliori uno scenario avverso per l'economia. Non va però dimenticato che gli stress test sono solo un tassello di un più ampio processo di esame che le autorità europee svolgono nel corso dell'anno sui bilanci degli istituti di credito.

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Alla fine del 2016, ci sarà infatti un altro appuntamento importante, quello con lo Srep (Supervisory Review and Evaluation Process). Si tratta di un processo di valutazione della solidità delle banche di cui gli stress test appena conclusi sono appunto (detto in maniera un po' grossolana) soltanto una parte.

Con gli stress test, è stato simulato cosa accadrebbe al patrimonio di un istituto di credito in una situazione avversa, individuando una soglia minima al di sotto della quale il capitale non dovrebbe scendere. Con gli Srep ci sarà una valutazione più complessa, con la richiesta ai gruppi finanziari più importanti (in particolare a quelli quelli che possono destabilizzare tutto il sistema), di dotarsi di una quota di capitale aggiuntivo.

E così, in vista dell'appuntamento di fine anno, sul mercato sono iniziate a circolare voci di una nuova raffica di ricapitalizzazioni. I rumor hanno riguardato per esempio UniCredit, con l'ipotesi che il nuovo amministratore delegato del gruppo Jean Pierre Mustier, stia già trattando con alcune banche d'affari per mettere in cantiere una un aumento di capitale di ben 7-8 miliardi.

Quando ci sono in vista operazioni di questo tipo, si sa, le azioni di una società sono sempre destinate a perdere terreno, visto il prossimo arrivo sul mercato di nuovi titoli, collocati inevitabilmente a prezzi di favore. In questa reazione a catena,  le banche continuano a soffrire in borsa, in attesa dei test degli Srep di fine anno. Per gli istituti di credito italiani ed europei, insomma, gli esami non sembrano dover finire mai.

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