Banche: così rifanno il trucco ai conti

Il Wall Street Journal accusa: gli istituti ritoccano la valutazione dei rischi per migliorare l'immagine agli occhi di investitori

Manifestante in Germania (credits EPA/Ansa)

Massimo Morici

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Il Wall Street Journal nell'edizione europea lancia l'allarme: le maggiori banche europee starebbero ritoccando la valutazione dei rischi sui propri portafogli prestiti e trading, per migliorare la loro immagine agli occhi di investitori e, soprattutto, delle autorità di controllo.

C'è da preoccuparsi? Certo la pratica, tesa a migliorare il rapporto fra capitale e rischiosità degli attivi, è sempre esistita, ma secondo il quotidiano finanziario negli ultimi mesi è accelerata in modo vistoso in vista dei nuovi requisiti patrimoniali che verranno richiesti da Basilea 3 .

In base agli accordi internazionali in vigore dal 2007 (Basilea 2) le banche devono dimostrare di rispettare alcuni particolari requisiti patrimoniali, ossia devono accantonare quote di capitale proporzionali al rischio derivante dai vari rapporti di credito assunti.

Non solo: gli istituti devono classificare i propri clienti in base alla loro rischiosità, attraverso procedure di valutazione sofisticate.

In pratica, più il rapporto con il cliente è giudicato "rischioso", maggiori saranno gli accantonamenti che dovranno essere effettuati, con la conseguenza che la banca dovrà sostenere maggiori costi.

Con l'arrivo di Basilea 3 i requisiti patrimoniali delle banche sono stati elevati, e molte sono state costrette nel 2012 a sforzi enormi per rispettare i nuovi parametri, tanto che la maggior parte degli istituti ha chiuso l'anno con utili in calo o addirittura in rosso.

Così, per contenere i costi e raggiungere lo stesso i requisiti richiesti, alcuni istituti hanno deciso di aguzzare l'ingegno: il risultato è un maquillage sui cui il quotidiano di Wall Street ha deciso di accendere i fari.

Come quello messo in atto da Deutsche Bank , la prima banca privata tedesca: cambiando i modelli in uso per calcolare i rischi, è riuscita a tagliare di circa 26 miliardi la rischiosità dei propri attivi nel secondo semestre dello scorso anno.

Idem il colosso elvetico UBS, che ha ridotto gli attivi ponderati per il rischio di 8 miliardi di franchi nell'ultimo trimestre dell'anno, in parte aggiustando i suoi modelli.

Tuttavia, il quotidiano finanziario non è il solo a puntare il dito contro queste pratiche. A settembre dello scorso anno, per esempio, uno studio di tre ricercatori di Bankitalia parlava a riguardo di "forti differenze riscontrate a livello internazionale”, che segnalano “una eccessiva soggettività nell'attuale regolamentazione della misurazione del rischio e dei requisiti prudenziali".

Detto altrimenti, ognuno si fa i conti in casa un po' come gli pare, a scapito di quelle regole comuni che invece si sono rivelate sempre più necessarie dalla crisi dei subprime in poi.

Ciononostante, le operazioni di finanza “creativa” non sono sufficienti (da sole) ad abbellire i bilanci. La quota maggiore delle riduzioni dei rischi, infatti, si fa ancora alla vecchia maniera: la cessione degli asset considerati rischiosi per calmare i timori dei propri investitori.

Ne sa qualcosa anche l'Italia, che nell'autunno del 2011 era considerata un pericolo per il futuro dell'euro: le banche e i fondi di investimento esteri tutto d'un tratto si liberarono dei nostri titoli di Stato che avevano in pancia per la paura di trovarsi in futuro con una montagna di carta straccia in mano.

E lo spread schizzò alle stelle.

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