La banca è in perdita? Niente bonus né dividendi

La direttiva emanata da Banca d'Italia fa notizia. Ma la verità è che il mondo finanziario vive in una situazione surreale. Fare il contrario sarebbe come dare dieci in pagella al più asino della classe

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La sede della Banca d'Italia a Roma – Credits: Carino Imagoeconomica

Sergio Luciano

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Niente bonus ai manager delle banche in perdita (e niente dividendi ai soci): il fatto che questa direttiva, appena diramata dalla Banca d’italia ai banchieri italiani “faccia notizia”, ci fa capire in che situazione surreale viva il settore finanziario e creditizio italiano e non solo. Sì: precisamente, il governatore Ignazio Visco ha detto che le banche che chiudono in rosso il bilancio 2012 non devono distribuire dividendi agli azionisti e premi in denaro ai manager. Ebbene: a pensarci un solo istante, che senso avrebbe fare il contrario?
Sarebbe come dare la medaglia d’oro all’ultimo arrivato in una gara; mettere dieci in pagella al più asino della classe; insomma, il mondo alla rovescia.

Pagare i dividendi anche se si chiude un bilancio in perdita, significa attingere alle riserve: una società sana, certissima che la perdita sia stata occasionale, dovuta magari a fattori straordinari, unici e irripetibili, può anche farlo. Ma una banca, per definizione no. Cioè: quando la banca guadagna, deve mettere fieno in cascina, accumulare riserve. Quando perde, a maggior ragione deve tenere le riserve che ha sotto vuoto spinto. Sacre e inviolabili.

Ma c’è di più. Che qualcuno abbia in passato pagato comunque dei dividendi agli azionisti, anche all’indomani di un bilancio in perdita, pur essendo strano e sbagliato, poteva essere anche spiegabile in una malintesa logica politica; un modo per dire ai soci: “Cari soci, abbiamo perso del denaro ma non si ripeterà, quindi comunque vi remuneriamo, perché confidiamo sul fatto che se in futuro avremo bisogno di capitali freschi e vi chiederemo di investirli, lo farete”. Ma dare un premio a chi, gestendo l’azienda, non è riuscito a evitare la perdita è decisamente surreale.

Attenzione: dare un bonus a chi ha perso quattrini è ancora peggio che pagare la liquidazione ai manager che si mandano via per aver mal gestito, perché la liquidazione – anche se quando è troppo alta offende il comune senso del pudore – è di solito “figlia” di un contratto, stipulato tra l’azienda e il manager all’inizio del rapporto di lavoro e poi perché il manager che esce, in qualche modo un prezzo all’insuccesso lo sta pagando. Ma al manager che dopo aver gestito male comunque resta a bordo, pagare il bonus è da Tafazzi.

Eppure è un segno dei tempi strani che stiamo vivendo, tempi in cui l’utile di un’impresa – o, in questo caso, il dividendo ai suoi soci o il bonus ai suoi dirigenti inadeguati – sono visti come delle “variabili indipendenti”, allo stesso modo cioè in cui i sindacati degli Anni Settanta pretendevano che venisse visto il salario. Tempi in cui chi ha il coltello dalla parte del manico vuole giovarsene, alla faccia del pudore, della logica, del decoro.

Quarant’anni fa, il salario doveva crescere sempre – a sentire la “Triplice”: Cgil, Cisl e Uil – anche se l’azienda andava a rotoli. Adesso, anche se l’azienda scoppia di salute, il costo del lavoro va tagliato perché guadagni ancora di più.

Eloquente il caso della Bridgestone, il colosso giapponese degli pneumatici, che ha appena chiuso il 2012 con profitti più che raddoppiati rispetto al precedente esercizio: +66,7% a 171,6 miliardi di yen. Ebbene, l’azienda – nonostante scoppi di quattrini – ha deciso (“avrebbe” deciso) di chiudere lo stabilimento in Puglia, mettendo sul lastrico oltre 900 persone. Se Dio vuole, sia il ministro Corrado Passera che il governatore Vendola e il sindaco Emiliano hanno levato gli scudi contro una decisione inaccettabile da parte di un’azienda che nel complesso è in forte attivo.

Per carità, sicuramente l’impianto pugliese avrà un suo conto economico in perdita, e non è giusto che il lavoro dei colleghi degli altri impianti produttivi Bridgestone in giro per il mondo serva a coprire le perdite generate dallo stabilimento pugliese: ma tra un intervento di ristrutturazione graduale, tendente a ridurre i costi e massimizzare i ricavi e i margini cambiando il mix di prodotto, le specializzazioni, riducendo anche sensibilmente l’organico – ancorchè con tutta la possibile gradualità – e una chiusura tombalee immediata, decisa per guadagnare ancora di più a livello mondo, ne corre. Bene ha fatto dunque Passera a dire che la chisura non era sufficientemente motivata.

Dagli eccessi di questo genere, tipici dell’ubriacatura iperfinanziaria dei mercati mondiali che non accennano a placarsi, è assai bene sottrarsi. E al più presto, ammesso che si sia ancora in tempo.

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