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Bad bank, perché non è ancora nata

La società-veicolo che dovrebbe rilevare le sofferenze delle banche italiane e metterle in salvo non ha ancora il disco verde di Bruxelles. Ecco le ragioni

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Andrea Telara

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Le trattative vanno avanti e si fanno sempre più serrate. Sono quelle tra il governo di Roma e le autorità di Bruxelles riguardo alla nascita di una Bad Bank, cioè la società veicolo in cui dovrebbero confluire i crediti in sofferenza delle banche italiane, in modo da dare una bella ripulita ai loro bilanci. Si tratta di un'operazione complessa, di cui si parla da tempo e che necessità anche del disco verde dell'Unione Europea, poiché potrebbe nascondere un aiuto di stato alle imprese private (in questo caso a vantaggio di istituti creditizi), una pratica vietata dalle normative comunitarie. L'Italia ha presentato in proposito una sua proposta, che ora viene esaminata a Bruxelles ed è in attesa di un responso.


Bad bank: cos'è e perché l'Italia ne ha bisogno


Per capire bene come stanno le cose, bisogna andare per ordine. Innanzitutto, va ricordato da dove nasce il problema. Oggi le banche italiane sono bersagliate dalla speculazione in borsa anche e soprattutto per una ragione: hanno i bilanci pieni di sofferenze. In totale, i prestiti concessi dagli istituti di credito che rischiano seriamente di non essere restituiti valgono più di 200 miliardi di euro e salgono a oltre 360 miliardi se si considerano anche i finanziamenti e gli affidamenti appena incagliati. Si tratta di una pesante zavorra che rende appunto le banche italiane estremamente vulnerabili soprattutto in un periodo come questo, in cui sui mercati finanziari è tornata la tempesta.


Banche, quali sono le più solide


Per questo, si è fatta strada da tempo l'ipotesi di adottare una soluzione che sembra l'uovo di colombo: creare una società ex-novo, la bad bank, in cui far confluire tutta questa montagna di crediti-spazzatura. Le banche potrebbero così separare il buono dal marcio, liberandosi di un fardello e rafforzando la propria solidità patrimoniale. Facile a dirsi. In realtà, dal punto di vista pratico, si tratta di un'operazione difficile, che richiede più di un passaggio. Innanzitutto, occorre stabilire a che valore i crediti deteriorati verrebbero ceduti dagli istituti di credito nazionali alla bad bank. Se venissero “svenduti” per pochi soldi, nei bilanci delle banche si aprirebbero comunque grossi buchi.


Banche in crisi in Italia: i motivi di un collasso


Inoltre, c'è un interrogativo che deve ancora trovare risposta: quale assetto azionario avrà la nuova bad bank? Sarà partecipata solo dagli istituti che vi trasferiscono i crediti deteriorati o interverrà anche lo stato? E' escluso che prenda corpo quest'ultima ipotesi, visto che le regole dell'Unione Europea vietano proprio qualsiasi forma di aiuto di stato a vantaggio di imprese private, comprese ovviamente le banche. Più facile, invece, è che lo stato giochi piuttosto il ruolo di garante-assicuratore esterno, anche se non si capisce bene ancora con quali modalità. E' proprio a causa di queste difficoltà tecniche che fino adesso la bad bank non ha mai visto luce. Ora le trattative con Bruxelles sembrano a un punto di svolta, anche se tutto dipenderà dalla validità delle proposte che giungono da Roma. Spetta infatti al governo italiano elaborare una soluzione, mentre l'Unione Europea si limiterà soltanto a dare un via libera o una bocciatura.

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