Bad bank, perché è una "banca buona" per le imprese

Gli istituti schiacciati da 190 miliardi di crediti a rischio faticano a riaprire i rubinetti: i finanziamenti sono crollati del 30% in otto anni

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Massimo Morici

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Che occorra liberare le banche dalla montagna di crediti in sofferenza affinché tornino a riaprire i rubinetti per infondere linfa vitale alle imprese di casa nostra, ne è convinta anche l’Ocse che, nelle ultime previsioni economiche datate al 3 giugno, raccomanda l'introduzione di una bad bank (banca cattiva, letteralmente in inglese) e cioè di un veicolo creato su misura per raccogliere i crediti la cui riscossione non è certa.

Un problema, come sottolineato di recente Fitch, soprattutto per le banche più piccole, dove le sofferenze hanno totalizzato 81 miliardi a fine 2014. Nei piccoli sportelli di provincia, secondo l'agenzia di rating, "l'accesso al credito può rivelarsi modesto e costoso" ed è proprio qui che bisognerebbe "ripulire i portafogli prestiti" per incentivare i flussi di credito verso il settore delle pmi, spina dorsale del made in Italy.

Di crediti dubbi l’Abi, l’associazione delle banche italiane, del resto ne ha contati per 190 miliardi di euro a fine marzo in tutto il sistema bancario (si arriva a 300 miliardi considerando tutti i crediti deteriorati), una cifra che ha fatto schizzare il rapporto tra sofferenze e prestiti al 9,8% (era all'8,6% un anno prima).

Una percentuale che sale appunto al 16,6% per i piccoli operatori economici, quelli che hanno sentito più degli altri gli effetti della crisi: in questo caso il rapporto è più del doppio rispetto al dato registrato a fine 2007 (7,1%), l’anno prima del crollo dei mercati finanziari provocato dallo scoppio della bolla dei subprime negli Stati Uniti d’America.


Ripulire i portafogli prestiti degli istituti più piccoli potrebbe incentivare i flussi di credito verso le pmi Fitch

Canali alternativi ancora deboli
Ma perché è necessario liberare le banche da questa zavorra? Perché il sistema di finanziamento alle imprese da noi è ancora banco - centrico: circa il 70% dei crediti finanziari erogati in Italia alle imprese è di provenienza bancaria rispetto al 30% degli Usa, dove le aziende ricorrono anche ad altri canali, come il mercato delle obbligazioni societarie e del private equity.

Una strada che si vorrebbe percorrere anche in Italia con i mini – bond, obbligazioni emesse da società non quotate di piccola e media dimensione, un mercato che però non ha superato gli 8 miliardi di euro nel biennio 2013 – 2014 e che necessita la presenza di importanti investitori istituzionali, quali i fondi pensione, che però sono ancora poco sviluppati nel nostro paese.

Il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, durante il suo discorso al consueto incontro annuale con il mercato finanziario, che quest’anno si è tenuto all’Expo di Milano, ha ricordato quale dimensione abbiano raggiunto i prestiti bancari nel sistema Italia: a fine 2013 pesavano per il 52% del nostro Pil contro il 4% negli Usa e una media europea del 45%.

Una percentuale che evidenzia un’anomalia tutta italiana (ed europea), frutto della "convinzione che il sistema bancario europeo fosse sostanzialmente più solido e in grado, da solo, di assicurare lo sviluppo dell’economia".


Il sistema bancario non è più in grado da solo di assicurare lo sviluppo dell'economia Giuseppe Vegas, Consob

Si parte a settembre
E, dunque, accanto all’attivazione per le imprese medio – piccole di canali di finanziamento alternativi, occorre ripartire dalle banche, visto che gli investimenti privati sono crollati del 30% dal 2007.

Le imprese, infatti, restano (e resteranno) legate a doppio filo con il sistema bancario, che, nonostante il QE avviato da Draghi, continuano a mantenere i rubinetti chiusi: i finanziamenti alle imprese a marzo sono calati del 2,2% rispetto a 12 mesi prima (dato di Bankitalia), anche se la contrazione è in miglioramento rispetto a quella di febbraio.

Motivo? Ulteriori spinte ad aumentare la capitalizzazione delle banche potrebbero deprimere l'offerta di credito, come sottolineato da Bankitalia. Del resto, anche la domanda potrebbe subire una contrazione visto che i tassi di interesse applicati dagli istituti alle imprese risultano ancora alti rispetto alla media Ue, proprio per i rischi connessi all'aumento dei crediti deteriorati in bilancio: +3,09% a marzo per importi fino a 1 milione e +1,77% per importi superiori. Prendere un prestito in Italia, insomma, è sempre meno conveniente.

La nuova sede di Unicredit a Milano – Credits: SERGIO OLIVERIO / Imagoeconomica

Il peso sulle tasche dei cittadini
Ma come sarà la bad bank italiana? Al di là delle iniziative già avviate dalle prime due banche italiane, Intesa Sanpaolo e Unicredit, che hanno già deciso di gestire i dossier da sé per evitare le perdite correlate alle svalutazioni, Padoan ha già preannunciato che verrà adottata una soluzione "light", che preveda un intervento privato con garanzia pubblica.

Del resto, l’esperienza europea insegna che operazioni di questo tipo si rivelano estremamente onerose per le casse dello Stato, e quindi per i contribuenti: nel Regno Unito la Ukar, creata nel 2010 per gestire i mutui arretrati di Northern Rock e Bradford&Bingley travolte dalla crisi dei subprime, è costata ai britannici 165 miliardi di euro, quella tedesca ben 250 miliardi di euro dal 2007 al 2013.

Conto meno salato per la Spagna, dove la Sareb (bad bank spagnola), che doveva gestire attivi per circa 53 miliardi di euro, ha potuto fare affidamento nel giugno 2012 su 41 miliardi di Bruxelles grazie all'intervento dell'Esm, il meccanismo europeo di stabilità.

C'è anche una data per l'avvio della bad bank tricolore: Filippo Taddei, che è il responsabile economia e lavoro del Pd e ha dato manforte ai piani del ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan per la creazione di una bad bank italiana, ha indicato in settembre una scadenza accettabile per l'attivazione del progetto.

Forse però raccogliere i crediti in sofferenza in un veicolo potrebbe non bastare: l'Ocse ha ricordato che all'Italia, per uscire dalla morsa del credit crunch, occorre anche una seria riforma del diritto fallimentare, con un più ampio utilizzo di tribunali specializzati e il ricorso a soluzioni extra - giudiziali.

Ma qui si apre un altro capitolo con tempistiche, considerando l'iter parlamentare necessario, davvero più lunghe.

 

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