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Assicurazioni Generali, perché Intesa vuole comprarle

Il gruppo guidato da Carlo Messina mira a diventare un colosso nazionale per competere poi su scala europea. Ma alcuni analisti sono scettici

Generali-Assicurazioni

Andrea Telara

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“Valutiamo combinazioni industriali nel settore assicurativo, nel risparmio gestito e nel private banking”. Con queste parole, contenute in uno scarno comunicato, nei giorni scorsi Intesa Sanpaolo è uscita allo scoperto e ha ammesso di essere intenzionata a dare l'assalto alle Generali, la maggiore compagnia assicurativa italiana e la terza in Europa, che raccoglie la bellezza di oltre 70 miliardi di euro di premi ogni anno. Con il loro riferimento alle possibili sinergie, i vertici di Intesa hanno dunque mandato al mercato un messaggio chiaro. In sostanza, secondo la banca guidata da Carlo Messina, il matrimonio con le Generali sarebbe un connubio di interessi capace di creare valore sia per la società preda che per quella acquisita.


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Ma stanno davvero così le cose? “Per Francesco Profumo, presidente della Compagnia San Paolo, uno dei maggiori azionisti di Intesa, la risposta è sì. “Le banche europee che operano su mercati continentali devono avere una dimensione tale da consentire loro di crescere in maniera endogena ed esogena”, ha detto Profumo conversando con la stampa nei giorni scorsi, pur precisando di non essere al corrente delle manovre in corso per la conquista di Generali. A detta del presidente della Compagnia di San Paolo, insomma, una banca del calibro di Intesa deve avere le spalle ben robuste se vuole competere con i colossi che stanno al di fuori dei confini nazionali. La filosofia sembra più o meno questa: crescere prima in Italia, per poi conquistare terreno anche all'estero.


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A dire il vero, all'estero Generali è già presente da decenni, visto che opera in ben 60 paesi e in tutti e 5 i continenti. Ed è proprio la forza oltreconfine della compagnia del Leone a rappresentare probabilmente la molla che spinge l'arrembaggio di Intesa Sanapaolo, un gruppo che non ha certo lo stesso respiro internazionale, nonostante controlli da tempo qualche banca straniera nell'Europa dell'Est e nell'area mediterranea. A parte le considerazioni di tipo geografico, però, altri fattori oggi spingono diversi analisti a essere scettici sulla logica industriale che sta alla base del matrimonio Intesa-Generali. Anni fa, andava di moda il modello della bancassurance, cioè l'integrazione tra grandi banche e grandi compagnie assicurative. Ci provarono per esempio le tedesche Dresdner e Allianz ma il loro matrimonio non fu particolarmente felice e si sciolse nel 2008.


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Perché dunque Intesa Sanpaolo vuol riportare in auge il modello della bancassicurazione? E' un interrogativo che sembra fare da sfondo anche ai commenti di alcuni analisti delle case d'affari che seguono in borsa i titoli delle due società coinvolte in questo matrimonio forzato. “L'integrazione di una banca con una compagnia assicurativa non è facile”, hanno scritto per esempio gli esperti di Kepler Equities, sottolineando come le due società abbiano una diversa catena distributiva dei prodotti, un differente profilo di rischio, oltre a divergenze nella contabilità e nella regolamentazione a cui sono sottoposte. Senza dimenticare, poi, il rischio di grattacapi con l'antitrust.


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Mettendosi assieme, infatti, Generali e Intesa avrebbero una quota di mercato superiore al 35% nel business delle assicurazioni sulla vita e potrebbero scontrarsi con qualche paletto dell'authority che tutela la concorrenza. Molto più semplice, secondo gli analisti di Kepler Equities, potrebbe essere l'unione tra Banca Generali (che fa capo alla compagnia triestina) e Fideuram Ispb (controllata da Intesa Sp), entrambe specializzate nella gestione del risparmio e nella consulenza finanziaria. Il loro matrimonio, a detta degli analisti, sarebbe invece positivo e permetterebbe la realizzazione di molte sinergie. Per attuarlo, tuttavia, non serve certo mettere in cantiere un'operazione colossale come la scalata a tutto il gruppo Generali.


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