Come Apple, Starbucks e Fiat avrebbero eluso le tasse

I prezzi di trasferimento potrebbero aver aiutato le multinazionali ad abbassare l’imponibile fiscale all’estero

Il commissario europeo alla concorrenza Joaquín Almunia – Credits: Georges Gobet/Getty Images

Stefania Medetti

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L'economista francese Thomas Piketty l’aveva auspicato: in un mondo globalizzato, occorre la messa a punto di un sistema fiscale unico che contrasti la creazione di sacche di opportunità. Adesso, l’Unione Europea ha deciso di fare qualcosa in proposito. L’inchiesta varata nelle ultime ore da Joaquín Almunia, il commissario europeo per la concorrenza, intende infatti fare luce su quelle, lo scorso anno, il G20 e l’Ocse avevano definito “operazioni di manipolazione fiscale”. Ovvero, abili strategie fiscali che permettono alle aziende di concentrare i costi in Paesi in cui si pagano tasse e di spostare gli utili in mercati in cui le tasse sono più basse. Sotto la lente di Bruxelles, dunque, sono finite la tesoreria della casa automobilistica italiana Fiat Finance and Trade, con sede in Lussemburgo; Apple in Irlanda e Starbucks in Olanda. Nel caso di Fiat Financial and Trade, la società si occupa di emettere obbligazioni e di raccogliere le risorse finanziarie per l’azienda e Bruxelles vuole assicurarsi che le autorità fiscali lussemburghesi non abbiano sottostimato deliberatamente la base di utili generata. 

La determinazione con cui si muove Bruxelles è legata anche dai risultati della ricerca “Tax Research” firmata da Richard Murphy  che stima che ogni anno in Europa sfuggirebbero al radar del fisco mille miliardi di euro. Le conseguenze di questa politica vanno lontano e hanno i numeri per indebolire l’Unione Europea, esacerbando l’intransigenza dei suoi cittadini e i conflitti fra i suoi membri. La facoltà di stabilire regole autonome per quanto riguarda le imposte fa sì che, all’interno dell’Unione, le aliquote fiscali siano molto distanti da loro e che, conseguentemente, possano essere utilizzate in modo strategico per procurarsi vantaggi e scaricare i costi sui cittadini europei. 

In questo senso, il caso dell’Irlanda è paradigmatico. Nel 2010, infatti, l’Irlanda è stata salvata grazie ad aiuti per 90 miliardi di euro da parte dell’Unione e dal Fondo Monetario Internazionale, mentre la Francia chiedeva a gran voce che l’Irlanda aumentasse le tasse sulle imprese per cercare di pareggiare i conti. Dublino ha difeso le proprie posizioni, dichiarando che mantenere basse le aliquote era fondamentale per tutelare lo sviluppo del Paese, attrarre gli investimenti delle grandi corporation e creare nuovi posti di lavoro. Adesso che l’economia irlandese sta prendendo quota, altri Paesi europei come il Regno Unito stanno cercando di abbassare le tasse sulle imprese nella speranza di attrarre gli investimenti delle multinazionali. Ma il prezzo di questi vantaggi fiscali si paga sul fronte di una concorrenza distorta e sui bilanci statali. Ed è proprio su queste variabili che si concentrano le preoccupazioni di Bruxelles. 

“Nel corrente contesto di taglio alla spesa pubblica, mentre chiediamo ai cittadini di impegnarsi per affrontare le conseguenze della crisi, non è accettabile che le grandi multinazionali non paghino la loro parte di tasse”, ha dichiarato Almunia. Lussemburgo, Irlanda e Olanda dovranno dimostrare di non aver favorito società straniere che hanno messo radici nei loro mercati. Gli esperti europei, dunque, stanno studiando il “transfer pricing”, ovvero il prezzo al quale le società controllate da una capogruppo vendono fra di loro beni o servizi. Bisognerà vedere, dunque, se i prezzi fissati per le transazioni tra controllate societarie approvate dalle autorità fiscali irlandesi, lussemburghesi e olandesi fossero in linea con i prezzi di mercato o se si è trattato di una violazione delle regole sulla fornitura di aiuti di stato alle imprese. 

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