Api spegne la raffineria di Falconara

Ecco perché un impianto simbolo dell'industria petrolchimica italiana si ferma lasciando lo sconcerto nelle Marche e in Italia

La raffineria Api di Falconara (credit:ImagoEconomica)

Giovanni Iozzia

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Con Api non si vola più. La battuta sale in mente semplice, troppo semplice per spiegare la sospensione dell’attività della raffineria di Falconara, l’unica in Italia dello storico gruppo petrolifero. Si è fermata il primo gennaio ma solo giovedì mattina la ciminiera dell’impianto si è spenta, per la prima volta dopo 50 anni. Nelle Marche cala il gelo, 284 lavoratori vanno in cassa integrazione, un altro centinaio restano impegnati nella manutenzione, un migliaio nell’indotto tremano di fronte alla prospettiva che quella fiamma non si riaccenda più anche se l’accordo con le organizzazione sindacali prevede la ripresa nel 2014, l’azienda rassicura e non esclude un anticipo. Anche perché, si dice dal quartier generale del Gruppo Api, da quell’impianto (4 miliardi di tonnellate l'anno di capacità di raffinazione)  esce più del 50% della produzione, quindi la ripresa è fuori discussione.

Al di là del valore simbolico di quello spegnimento, per una Regione e per tutta l’industria petrolchimica italiana, la situazione non è per nulla semplice. La raffineria si ferma per “separarsi” dalla centrale elettrica che fino alla fine del 2012 alimentava con i suoi scarti di produzione e che sarà riconvertita al metano: fino a quando i lavori non saranno completati verrà a mancare circa il 30% di energia alle Marche e dovrà pensarci Terna a recuperare il fabbisogno altrove. Un percorso previsto da un programma di incentivi governativi e per separare i due cicli produttivi (la raffineria non poteva ridurre i suoi ritmi per non rallentare la centrale): arriva però in un momento a dir poco difficile per il settore petroliero. Calano i consumi mentre cresce la concorrenza dei produttori della Cina e dell’Asia, che lavorano senza tanti vincoli ambientali e riescono a immettere sul mercato prodotti finiti magari di qualità inferiore ma a prezzi altrettanto inferiori, mettendo a dura prova la competitività di chi finora aveva fatto il mercato.

Il quadro italiano poi non è per nulla incoraggiante, come emerge dai dati sul 2012 diffusi pochi giorni fa Centro Studi Promotor: il traffico è in calo (circa del 7%) sia per i veicoli pesanti sia per le auto. Il consumo di carburanti scende di circa il 10% ma la spesa cresce di quasi il 5%, ovviamente per effetto dei prezzi record alla pompa (25,4 centesimi in più in più della media europea). L’industria però comincia ad accusare il colpo (ricavi in discesa del 3%), mentre lo Stato continua ad raccogliere a man bassa (circa 47 dei 67,4 miliardi spesi). Ma anche la festa fiscale potrebbe presto finire: per la prima volta nella storia nel dicembre del 2012 il gettito è stato negativo (-7%). Se le cose andranno avanti così nel 2013, all’Erario verranno a mancare 2,3 miliardi. Evidentemente il sistema rischia di imballarsi ed è quindi comprensibile che tra i produttori ci sia un po’ di nervosismo e certamente si farà sentire nella campagna di rinnovo per il vertice dell’Unione petrolifera. Il regno di Pasquale De Vita, 83 anni e otto mandati consecutivi, si avvia a conclusione. Sono appena stati nominati i tre saggi che dovranno individuare il successore da eleggere in giugno: Gian Marco Moratti, Alessandro Garrone e Alessandro Fanelli (direttore generale Refining & Marketing del gruppo Eni) avranno certamente il loro bel da fare per trovare una comune linea di azione e, possibilmente, una via per evitare che si spenga un altro importante comparto del sistema industriale italiano.

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