Alitalia, perché le Poste devono sempre aiutarla

La compagnia aerea di bandiera ha bisogno di soldi e il gruppo guidato da Francesco Caio, pur restio, è chiamato a intervenire. Ecco le ragioni

Code degli aerei della flotta Alitalia a Fiumicino – Credits: Massimo Percossi/Ansa

Andrea Telara

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“Non siamo azionisti speciali, ma diversi dagli altri”, parola di Francesco Caio, amministratore delegato di Poste Italiane, che ben riassume la posizione della sua società nell'intricata vicenda di Alitalia. Oggi, la compagnia di bandiera ha bisogno di soldi, per rimettere in sesto la propria situazione finanziaria, come vuole il suo prossimo compratore: il vettore aereo di Abu Dhabi Etihad, che sta per acquisire il 49% di Alitalia. Prima, però, la compagnia italiana deve mettere in cantiere un aumento di capitale di 250-300 milioni di euro che le consentirà appunto di avere le spalle più solide.

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Tra i partecipanti a questo aumento di capitale, dovrebbero esserci proprio le Poste che oggi sono il secondo azionista di Cai (la holding che controlla Alitalia) con una quota di oltre il 19%. Se contribuisse alla ricapitalizzazione, dunque, Poste Italiane dovrebbe mettere mano al portafoglio e sborsare una somma di almeno 40-50 milioni di euro, corrispondente alla quota di sua pertinenza. L'amministratore delegato Caio, però, sta facendo chiaramente resistenza e ha spiegato pure il motivo del suo atteggiamento: le Poste sono una società di proprietà dello Stato che è sempre sotto la lente dell'Europa. Le regole dell'Ue, infatti, vietano all'Italia di erogare aiuti pubblici ad aziende private, anche utilizzando (come escamotage) una società controllata dal Tesoro. Di conseguenza, secondo Caio, un nuovo intervento di Poste a favore Alitalia rischia di configurarsi proprio come un aiuto di stato.

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Dopo queste obiezioni del manager, è spuntata dunque una soluzione di compromesso. Invece di partecipare direttamente all'aumento di capitale, le Poste potrebbero entrare a far parte di una newco (una società neo-costituita) in cui avrebbero una quota del 5%, mentre il 49% spetterebbe ai nuovi partner di Etihad e il restante 46% andrebbe invece agli attuali azionisti di Alitalia-Cai. In tal modo, Caio sborserebbe diverse decine di milioni di euro ma eviterebbe di mettere i soldi a fondo perduto dentro la vecchia compagnia aerea di bandiera, che considera una società ormai decotta.

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Questa operazione, però, non cambierebbe di molto la sostanza delle cose: nonostante le resistenze di Caio, il ruolo di Poste in Alitalia sembra irrinunciabile . Per quale ragione? Perché Poste Italiane è ormai da anni una gallina dalle uova d'oro per il governo, cioè un colosso di stato che fattura26 miliardi di euro e ha un utile netto di poco superiore al miliardo. Gran parte del business deriva dalla vendita di prodotti finanziari (attraverso la divisione Bancoposta) e di polizze assicurative d'investimento (attraverso la controllata Poste Vita).

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Il gruppo Poste Italiane, insomma, è tra i pochi ad avere soldi in abbondanza per mettere una toppa alle falle che ancora ci sono nei bilanci di Alitalia. Del resto, è stato così anche in passato quando, sotto la gestione dell'ex-amministratore delegato Massimo Sarmi, il gruppo ha sborsato più di 70 milioni di euro per entrare nel capitale della compagnia di bandiera e rimanerci fino a oggi. Se lo ha fatto allora, obietta qualcuno, perché non dovrebbe farlo oggi? Quando si crea un precedente, si sa, è poi difficile tornare sui propri passi.

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