Alitalia, la crisi e il futuro globale

Ecco perché una compagnia regionale come la nostra non può resistere sul mercato

La sede Alitalia a Fiumicino (Credits: CARLO CARINO / Imagoeconomica)

Giovanni Iozzia

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"Stiamo vivendo nel trasporto aereo quello che è accaduto tra gli anni '70 e '80 del secolo scorso nel settore dell’auto: il passaggio da un consumo di élite a un consumo di massa, con l’aggravante di un contesto recessivo che ne sta amplificando gli effetti». Stefano Paleari, ingegnere e rettore dell’Università di Bergamo, inquadra subito in questa cornice la crisi Alitalia, momentaneamente tamponata con l’approvazione di un finanziamento ponte di 150 milioni di euro che evita l’interruzione dell'operatività. Il 22 febbraio è prevista l’assemblea, il 25 febbraio un nuovo consiglio d’amministrazione. C’è incertezza su cosa sarà del management della compagnia. E molte nuvole all'orizzonte.

Paleari, grande esperto di aviazione civile, è direttore scientifico dell’Iccsai, il Centro internazionale di studi sulla competitività del settore, che con l’Università sta organizzando la Conferenza mondiale degli aeroporti, che si tiene per la prima volta in Italia, dal 26 al 29 giugno a Bergamo. Facile intuire che Paleari è il motore di questo appuntamento che vedrà riuniti 300 esperti del settore provenienti da tutto il mondo per discutere sullo stato di salute del trasporto aereo, sui modelli di business, sulle dimensioni delle compagnie aeree.

Professore, che cosa sta succedendo all’aviazione civile?
Quello   che è accaduto all’industria dell’auto fra gli anni '70 e '80. Diventare  un  consumo di massa produce prima molti effetti positivi: più  passeggeri,  più compagnie, più aeroporti. Ma ad un certo punto la  domanda diventa  matura, il mercato si satura, gli attori devono  consolidarsi e scatta la  corsa alla sopravvivenza. Tutto questo diventa  più drammatico quando  avviene in una situazione di recessione  economica come quella attuale.

Alitalia è temporaneamente salva. E ora cosa possiamo aspettarci?
Il mercato delle compagnie aeree è stato sempre in crescita dal 2001 al 2011. Adesso sta attraversando una fase di riorganizzazione. Basta vedere la nascita della più grande compagnia aerea del mondo dopo la fusione di America Airlines e US Airways. È il momento del consolidamento degli attori. Ed è molto difficile per una compagnia regionale, soprattutto se europea, resistere sul mercato.

Sono state fatte scelte sbagliate?
Certamente l'idea di non consegnare Alitalia subito ad AirFrance esprimeva il desiderio di verificare la possibilità di darle una sua presenza autonoma e sostenibile sul mercato. Ma quell’equilibrio non è stato trovato, più per le condizioni generali del mercato che per le scelte del management. Anche altri vettori hanno avuto difficoltà, come Air France.

Ma non tutte le compagnie sono arrivate sull’orlo del fallimento….
In una fase recessiva si riesce a resistere solo se si è un player globale. Bisognava saperlo prima? Certo. Adesso è come ricominciare da capo.

La soluzione patriottica non è stata quindi la migliore?
Evidentemente no. Alitalia doveva finire in un grande gruppo globale come AirFrance, da subito. Avremmo evitato di sciupare soldi pubblici e privati. Quello della compagnia di bandiera è un concetto superato da oltre 10 anni.

Quindi non ha senso l’ipotesi, smentita, di una fusione con Ferrovie dello Stato?
È un’opzione che mi lascia dubbioso. Non vorrei che si traducesse in un salvataggio pubblico, che finirebbe per creare insofferenza nell’opinione pubblica.

L’approdo in Air France è scontato a questo punto? O sono possibili alternative? Si parla di Qatar, Ethiad, Aeroflot…
Non è da escludere che ci sia un interesse da parte di tutte queste compagnie in un momento di forte conflittualità nel settore. Resta un fatto: non possiamo immaginare, viste le pressioni competitive, che ci possa essere un matrimonio che preservi l’autonomia di Alitalia. Una compagna globale non è la somma di tante compagnie locali.

Ovvero?
Ovvero non si può pensare di reggere la competizione se si gioca da soli in Europa. Non solo. L’Italia non è un mercato ricco, perché è poco intercontinentale: noi facciamo da “fornitori” delle grandi basi europee. E nel mercato regionale ci troviamo a competere con le compagnie low cost che a differenza del passato volano anche negli aeroporti principali. Questo rende la competizione ancora più difficile per una compagnia regionale come Alitalia.

Potrebbe anche questa volta prevalere per Alitalia un’opzione politica e non di mercato?
Mi auguro proprio di no. L'ultima è costata un po' di soldi degli italiani e non credo sia il momento per ripetersi.

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