Edoardo Frittoli

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Una storia, quella dell'Abarth, che ricalca la voglia di libertà e di rinascita di un'Italia che sapeva ancora di miseria e macerie. Era la primavera del 1949 quando Carlo (Karl) Abarth raccoglieva l'eredità della squadra corse della fallita Cisitalia di Torino, dando vita alla società di elaborazione motori che darà l'opportunità di sfogare la voglia di correre per le strade ancora disastrate del Paese ad un prezzo accessibile a molti.

Il logo immortale dello Scorpione era stato ispirato dal segno zodiacale del fondatore, nato Karl Albert Abarth il 15 novembre 1908 a Vienna.

Nato da una famiglia di origini altoatesine (suo padre era di Merano) il giovane Karl era nato con le corse e la velocità nel dna. La sua attività agonistica iniziò con le due ruote dopo l'esperienza di garzone d'officina iniziata a soli 11 anni e dopo essere fuggito da casa per l'opposizione del padre ex ufficiale dell'esercito austro-ungarico. La sua carriera nelle corse motociclistiche è fulminea: dalle prime gare al titolo di campione austriaco passano solo due anni, con il titolo conquistato nel 1928. Due gravi incidenti di gara lo spingono ad abbandonare il motociclismo per iniziare la collaborazione con l'amico Ferdinand "Ferdi" Porsche, per il quale curerà le competizioni fino al 1939, prima di trasferirsi a Lubiana con incarichi commerciali mantenuti fino alla fine della guerra.

La situazione dell'Austria postbellica, distrutta e occupata dagli Alleati, spinge Abarth a fare ritorno a Merano ed a scegliere definitivamente l'Italia. Qui, grazie all'esperienza maturata in Porsche sarà chiamato dalla torinese Cisitalia, allora rivale numero uno di Ferrari e Maserati, per una breve stagione nella squadra corse prima del fallimento della società avvenuto nel 1949. Fu quello l'inizio dell'avventura imprenditoriale di Abarth, che nella primavera dello stesso anno rilevava i materiali e il know how della Cisitalia, fondando a Torino assieme al socio e pilota Guido Scagliarini la sua azienda di elaborazione motori, la Abarth & Co.

Con le competizioni, Abarth non perde tempo e partecipa subito alla Mille Miglia del 1949 con il socio Scagliarini al volante di una Cisitalia rebrandizzata, la Abarth 204 Berlinetta. Il risultato della prima grande gara dello scorpione è più che incoraggiante, con il 5° posto assoluto. Ma al "viennese volante" non basta essere protagonista del blasonato mondo delle corse: il patron della casa dello scorpione si rende conto della possibilità di divulgare a livello popolare la passione per le corse e le elaborazioni, iniziando a livello artigianale la produzione di marmitte e componenti speciali per i motori delle (ancora) poche Fiat 500C "Topolino" e per le 1100 d'anteguerra. All'inizio fu tanto rumore e pochi chilometri all'ora in più per le utilitarie dei primi anni '50, ma grazie alla Fiat di Vittorio Valletta di lì a poco si sarebbe aperto un vastissimo mercato con il lancio della 600 nel 1955 e della Nuova 500 due anni più tardi.

Nascono così, assieme alla motorizzazione di massa, i "kit di trasformazione", una leggenda che attraverserà due decenni di storia dell'automobilismo italiano ed internazionale. Dalla sede torinese escono marmitte, pistoni in lega, alberi motore modificati e venduti in una scatola in legno con cui il cliente poteva trasformare in un piccolo bolide la sua bicilindrica di appena 18 Cv di potenza originali.

Ciò che convinse la direzione Fiat ad inaugurare il lungo e glorioso sodalizio con il talento di Carlo Abarth fu proprio l'impresa di una piccola bicilindrica del Lingotto. Ripresa dalla stampa e dalle immagini in bianco e nero della prima televisione, la Nuova 500 elaborata da Abarth mostrò i muscoli oltre a quello che era capace di fare in termini di velocità e resistenza.

Il 20 febbraio 1958 la 500 Abarth conquistava un record: dopo 5 giorni di "endurance" lungo il circuito di Monza e 18 mila chilometri alle spalle, la bicilindrica elaborata faceva registrare la media di 108,262 Km/h nei 4.270 giri di pista completati.

Quel piccolo "mostro" ora entrava nei sogni di quegli italiani che a suon di sacrifici avevano conquistato lo statuss symbol delle 4 ruote, ed Abarth fece di tutto per accontentarli sia con i kit che con l'inizio della produzione in serie con i telai forniti direttamente da Fiat e assemblati nel nuovo stabilimento torinese dello Scorpione in corso Marche. Qui saranno concepite le evoluzioni della utilitaria Fiat nei modelli sempre più performanti della piccola del Lingotto.

Fiat Abarth 595 e 695

La vera "muscle car" dalle dimensioni minime con tanto di placca identificativa dell'originale assemblaggio Abarth uscì dalla catena di montaggio torinese nel 1963, direttamente derivata dalla 500D di serie. La piccola bomba a due cilindri fu per la prima volta ribattezzata con una numerazione che ricalcava la cilindrata maggiorata appunto a 595cc (effettivi 593,70) così come il prezzo al pubblico simbolicamente fissato con un' intelligente operazione di marketing a 595.000 lire.

Il resto è storia di tanta grinta, maneggevolezza e stabilità di quella piccola "tutto dietro". Grazie ai componenti originali, la 595 dal rombo inconfondibile regalato dalla marmitta speciale era in grado di sfiorare la velocità massima di ben 120 Km/h contro i 95 della versione originale grazie al carburatore Solex da 28mm (Weber 26 nella 500 di serie), i pistoni modificati così come l'albero di distribuzione. L'anno successivo, il 1964, sarà la volta di una 500 ancora più spinta, la 695 (entrambe disponibili anche in versione superaccessoriata SS). Con il carburatore Solex da 34mm e il rapporto di compressione ancora maggiore, la piccola Fiat marchiata dallo scorpione ruggiva fino ai 130 Km/h (140 Km/h nella versione SS) una velocità per l'epoca raggiunta soltanto da vetture di fascia superiore.

La passione per le 500 Abarth attraverserà tutti gli anni '60, su strada e nelle competizioni. Nel primo caso l'utilizzo del mezzo modificato contemplava la riomologazione da parte della Motorizzazione Civile, con i relativi costi aggiuntivi anche per quanto riguardava il bollo data la cilindrata aumentata. Furono molti naturalmente i clienti che non si misero in regola rischiando il sequestro del mezzo e forti contravvenzioni per evasione fiscale. La diffusione delle Abarth arrivò addirittura in Parlamento con un'interrogazione sui rischi che gli entusiasti piloti casalinghi rappresentavano per le strade del boom economico.

Fiat Abarth 850 TC / 1000 TC

L'entusiasmo generato dalla trasformazione della 500 fu esteso naturalmente anche alla sorella maggiore, la 600. Ritoccata dalla Abarth, la 4 cilindri nata per le famiglie fu rinominata 850 TC (Turismo Competizione). L'elaborazione fu in questo caso più difficoltosa a causa della particolare disposizione del radiatore dell'acqua dell'utilitaria Fiat, che costrinse Carlo Abarth a trovare una soluzione alternativa e specifica. Dopo la modifica della coppa dell'olio, la casa dello scorpione si inventa un radiatore dell'olio per ottimizzare la lubrificazione trovandogli un posto dietro al parafango anteriore. Successivamente la soluzione verrà trovata con la collocazione di entrambi i radiatori (acqua e olio) nel vistoso cassettone che caratterizzerà la parte frontale delle sportive derivate dalla 600. Nella versione costruita in Abarth, la 850 TC sviluppava ben 52 Cv che facevano raggiungere la velocità massima di 140 Km/h per soli 610 kg di peso. Nelle competizioni in pista, la 850 TC vide la propria evoluzione nella 1000 TC, una vera e propria saetta dall'assetto simile a quello di una formula 1. La velocità massima sfiorava i 200 km/h grazie agli oltre 85 Cv regalati dal "mago" Abarth.

Le fuoriserie Abarth

Parallelamente alla trasformazione dei modelli di serie della Fiat, Carlo Abarth realizzò alcuni modelli fuoriserie con la collaborazione dei più prestigiosi carrozzieri italiani.

Una delle più note ed apprezzate è stata la Abarth 750 GT Zagato, che oggi fa gola a molti collezionisti in tutto il mondo. Si trattava di una piccola coupé che utilizzava il pianale e la meccanica della Fiat 600, ma alleggerita fino ai 500 Kg grazie al largo utilizzo delle leghe leggere. La microsportiva, (che costava il doppio della 600 di serie) vantava la potenza raddoppiata rispetto all'originale motore Fiat (42 Cv al posto di 20 Cv) grazie alla cilindrata aumentata a 747cc. e la velocità di oltre 130 Km/h. Prodotta anche con carrozzeria spider, la 750 fu il sogno non soltanto degli ancora pochi giovani benestanti nei primi anni '60, ma anche di attori e personaggi famosi che la mostrarono nei servizi sui rotocalchi (Walter Chiari ad esempio ne ebbe una). La piccola coupé fu allestita anche in versione Record Monza, caratterizzata dall'unica "gobba" sul cofano posteriore che nella versione "normale" serviva ad ospitare il voluminoso carburatore e il filtro dell'aria maggiorato. La Record Monza era ancora più spinta, grazie all'adozione del motore bialbero. Pochissimi furono gli esemplari usciti dagli stabilimenti di corso Marche, tanto che oggi la quotazione di un esemplare correttamente restaurato supera tranquillamente i 100mila euro.

L'evoluzione della 750 fu un'altra berlinetta stradale, la 1000, sempre disegnata da Zagato. La potenza del 982cc. sfiorava i 100 Cv grazie al motore bialbero come per la sorella minore. Fu protagonista vincente delle gare di Turismo degli anni '60 sui circuiti più famosi del mondo dal Nurburgring a Silverstone, da Monza a le Mans. Dalla berlinetta 1000 fu realizzato un "siluro" carrozzato Pininfarina con un cx di appena 0,20 che nella prove di endurance su pista fece registrare medie anche superiori ai 200 Km/h.

Nel 1969 sarà lanciata un'altra coupé di successo, la 1300 "Scorpione", questa volta disegnata dal carrozziere piemontese Francis Lombardi. La nuova due posti con motore posteriore era caratterizzata dalle linee squadrate e dal disegno a "bottiglia di Coca Cola" tipico delle sportive d'oltreoceano di quegli anni. Il motore preparato partiva dal propulsore bialbero delle Fiat 124 da 1.200cc portato per i modelli al pubblico a 75 Cv di potenza per una velocità massima di circa 175 Km/h. Contemporaneamente al lancio della 1300, in netto anticipo con i tempi, Abarth lanciò la sua linea di abbigliamento firmata dallo Scorpione: foulard, camicie, giubbotti per l"automobilista che vuole essere sempre elegante" come recitava lo slogan pubblicitario.

Le Abarth d'oltralpe: l'esperienza con Simca

Il logo dello Scorpione sarà esteso anche ad alcuni modelli della marca d'oltralpe, dato il legame storico tra il Lingotto e la casa francese, costruttore su licenza delle Fiat d'anteguerra. Nel 1963 la grinta del preparatore torinese equipaggerà la popolare Simca "1000", una "tutto dietro" meccanicamente molto simile alle utilitarie italiane (600 e 850). La 1150 Abarth (rinominata così per l'incremento della cilindrata) sviluppava 58 Cv e spingeva la tre volumi francese oltre i 150 Km/h, soglia consentita anche dall'azione efficace dei 4 freni a disco. Per Simca, Carlo Abarth pensò anche ad una originale berlinetta disegnata anche in questo caso da Zagato. Uscita nel 1962, la Abarth-Simca 1300 GT vedrà crescere potenza e cilindrata fino a raggiungere i 200 Cv e i 260 Km/h della 2000 GT Corsa del 1965.

Carlo Abarth si ritira: lo Scorpione entra in Fiat

Carlo Abarth rimase profondamente colpito dalla conflittualità nelle fabbriche dell'autunno caldo. Il suo carattere austro-ungarico, che lo portava ad imprecare in tedesco nei momenti di massima tensione, non aiutò a comprendere la situazione di quei mesi in cui gli scioperi continui avevano falcidiato la produzione della Fiat, da cui la Abarth dipendeva strettamente. All'inizio del 1971 la casa torinese contava 275 dipendenti ed altri 200 impegnati sulla rete commerciale. L'anno precedente dallo stabilimento di corso Marche erano uscite 700 vetture di serie e 50 dedicate alle competizioni, le quali avevano subito ritardi nella fornitura degli speciali serbatoi in gomma prodotti dalla Pirelli proprio a causa degli scioperi nel colosso degli pneumatici dal quale era partita l'onda delle lotte operaie a partire dal 1969. Carlo Abarth compirà il passo della cessione della casa dello Scorpione a Fiat nel 1971: alle spalle, un palmarès di 6.957 vittorie sportive complessive e un nome entrato nell'olimpo degli amanti delle corse di tutte le età e possibilità economiche.

L'avventura iniziata nel 1949 era destinata a proseguire, con altri gloriosi successi negli anni a venire. Ripercorrendo i primi passi compiuti con la 500, il nuovo corso si aprirà con un successo, la versione Abarth della piccola Autobianchi A112. La piccola della casa di Desio di proprietà Fiat sarà oggetto del desiderio dei giovani automobilisti degli anni '70. Con la distintiva colorazione bicolore (con i cofani nero opaco e il frontale con la vistosa scritta "Autobianchi Abarth"  e un 1000cc. potenziato a 58 Cv, cresciuti poi fino a 70 con le serie successive prodotte dalla Autobianchi fino al 1985.

Anche il mondo dei rally sarà firmato Abarth lungo tutti gli anni '70 con i grandiosi successi di due modelli della produzione Fiat: la 124 e la 131, due vetture estremamente popolari e imparentate tra loro nelle soluzioni meccaniche. La prima derivava direttamente dalla 124 Sport Spider e fu lanciata nel corso del 1972 per sfidare i successi della Lancia Fulvia HF. Nonostante gli ottimi risultati (2° posto costruttori '72-75) la 124 non poté aver ragione del nuovo gioiello Lancia "Stratos". Bisognerà attendere due anni prima dell'arrivo di una Abarth che diventerà un'icona mondiale del rally: la 131. Le vetture da competizione furono anticipate da un vero e proprio mostro di potenza creato dalla casa torinese sulla base della tre volumi Fiat. Il prototipo nominato 031 aveva sotto il cofano il motore dell'ammiraglia 130 portato a 3,5 litri per una potenza di 280 Cv. Queste erano le premesse per la futura 131 Abarth Rally, pluri-iridata nei mondiali della fine degli anni '70 nelle livree Olio Fiat e Alitalia, portate in trionfo da campioni del calibro di Sandro Munari e Walter Rohrl. Nel 1978 la 131 Abarth Rally fu per la prima volta dotata della sovralimentazione fornita dal compressore volumetrico, che sarà poi applicato anche ad alcuni modelli di serie Fiat e Lancia.

Poco dopo la 131, il marchio dello scorpione apparirà sui modelli più "pompati" della fortunata due volumi Fiat, la "Ritmo". Nelle versioni 105, 125 e 130 TC la firma Abarth regalerà grinta, spunto e velocità di tutto risoeto dai 180 ai 210 Km/h. L'ultima Ritmo firmata Abarth uscirà dalla catena di montaggio nel 1988.

Il rilancio dello Scorpione

Negli anni '90 il marchio Abarth rimarrà sostanzialmente nell'ombra di una delle fasi più difficili del gruppo Fiat, per poi riaffiorare all'inizio del terzo millennio con i modelli potenziati della Stilo, della super utilitaria Panda da 100HP e della Grande Punto. La rinascita arriverà con il rilancio del mito della 500 a partire dal 2008. I giorni di gloria torneranno, con la divisione tra settore gran turismo e squadra corse e con la ripresa dei "kit competizione" assemblati da un centinaio di dipendenti in uno stabilimento dal sapore artigianale. La storia attuale di Abarth, giunta ai 70 anni di carriera, offre al pubblico mondiale degli appassionati della velocità i modelli 595 e 695 in diverse configurazioni (Pista, EsseEsse, Turismo e Competizione) per potenze che vanno dai 145 ai 180 Cv, prodotte anche in edizioni tributo limitate (naturalmente già tutte vendute). Alla gamma delle piccole 500 si è affiancata la produzione di un altro nome mitico dello scorpione, la 124 Abarth, naturalmente anche in versione Rally Tribute. Un successo che fa credere che lo Scorpione pungerà ancora a lungo.

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