L'avanzata cinese in Italia

Telecom, Fiat-Chrysler, Eni, Enel, Prysmian e le altre: ecco cosa compra Pechino nel Bel Paese

– Credits: LIU JIN/AFP/Getty Images

Claudia Astarita

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Da quando ha iniziato la sua rincorsa per diventare la prima potenza economica mondiale, la Cina riesce sempre a farsi trovare in prima linea quando ci sono in ballo buoni affari. Talvolta si scontra con paesi che alla Repubblica popolare preferiscono non vendere (perché magari credono di avere un'alternativa migliore, salvo poi pentirsi al punto da ritornare sui propri passi se la seconda offerta non si concretizza, come potrebbe succedere per l'arcipelago Svalbard, la cui vendita è stata bloccata a maggio dalla Norvegia per motivi strategici dopo aver constatato che l'unico acquirente interessato era un tycoon cinese), ma da quando è iniziata la crisi i soldi del Regno di Mezzo fanno gola praticamente a tutti. Lo sa bene l'Italia, dove Pechino ha iniziato il suo shopping una decina di anni fa.

Da una prospettiva globale, la strategia di acquisti messa a punto dal governo cinese appare fin troppo razionale: Pechino sta comprando tutto quello che le serve sia per diventare una grande potenza, sia per aumentare il proprio peso nelle economie che contano. Il secondo obiettivo lo ha raggiunto acquistando titoli di debito delle nazioni in difficoltà (Italia inclusa). Il primo mettendo le mani in una fase iniziale su quelle infrastrutture necessarie per gestire al meglio le sue necessità commerciali (e quindi porti, aeroporti e strade), finendo addirittura col costruirle in alcune nazioni meno sviluppate, per poi procedere all'acquisto delle varie eccellenze altrui. E quindi terreni coltivabili in Europa dell'Est, miniere in Africa, aziende con un forte background tecnologico e competenze tecniche mirate soprattutto negli Stati Uniti e in Giappone, e compagnie energetiche insieme a brand consolidati e vincenti ovunque fossero disponibili, ma con un occhio di riguardo per l'Italia, consapevoli delle potenzialità del Made in Italy nella Repubblica popolare e non solo.

Le ultime acquisizioni, però, hanno dimostrato che negli anni l'Italia è diventata sempre più appetibile per i cinesi. Qualche giorno fa la Banca Centrale cinese (People's Bank of China) è entrata in possesso del 2 per cento del capitale di Telecom e di Fiat-Chrysler. Una manciata di mesi fa si era assicurata una quota simile nei due colossi energetici del Bel Paese, Eni e Enel, oltre a una piccola fetta di Prysmian, la ex Pirelli Cavi. Lo shopping di stato si aggiunge poi a quello privato e semi-privato: il colosso energetico State Grid si è infatti assicurato il 35 per cento di Cdp Reti, che controlla Snam e Terna, mentre la Shanghai Electric è entrata in possesso del 40 per cento di Ansaldo Energia.

L'elenco delle partecipazioni cinesi in Italia è lunghissimo ed estremamente diversificato. Prima di occuparsi dei grandi gruppi nazionali, infatti, la Repubblica popolare ha acquistato quote o rilevato aziende in ogni possibile settore. Solo per citare qualche esempio, nel 2012 sono state aggiunte al carrello orientale il Gruppo Ferretti, che produce yacht di lusso, la De Tomaso Automobili Spa, l'azienda alimentare Fiorucci (già passata in mani prima spagnole, poi americane) e la moda di Miss Sixty. Un paio di anni prima la Cina ha messo le mani sulla moda da uomo firmata Cerruti, sui prodotti in pelle di Desmo, sulle motociclette Benelli e su decine di altre piccole e medie imprese. Ultimamente, invece, i cinesi hanno iniziato a interessarsi anche ad appartamenti, terreni e vigneti.

Come ha spiegato il vice presidente di Osservatorio Asia Romeo Orlandi ad AgiChina24 , la Cina cerca in Italia (e non solo) investimenti che possano garantire contemporaneamente qualità e redditività finanziaria. Per sostituire un modello economico che fino ad oggi è stato prevalentemente quantitativo con un sistema che premi qualità e ricerca in tempi relativamente rapidi è necessario comprare tecnologia, perché per coltivarla servono tempo, ricerca, creatività e anche un po' di passione. I cinesi queste qualità non le hanno, ma si stanno muovendo per gettare quanto meno le basi per iniziare a costruirle autonomamente. Nel frattempo, per non rimanere indietro, usano le scorciatoie, e quindi acquistano pacchetti solidi dal punto di vista del marchio e delle capacità, che cercano di rilanciare con nuove iniezioni di liquidità. 

In questo grande gioco strategico l'Italia è un partner perfetto: ha aziende che funzionano in ogni settore, il Made in Italy è conosciuto e apprezzato in tutto il mondo per qualità, innovazione, stile e cura dei dettagli, e ha bisogno di soldi perché è in crisi. E così i cinesi ne approfittano. All'Italia conviene? Difficile rispondere, ma in un'ottica di breve periodo un paese che resta in crisi, a corto di liquidità e senza troppe alternative a disposizione non può permettersi di essere schizzinoso o di ragionare solo in base ai principi. Del resto, l'Italia non è certo l'unica nazione del Vecchio Continente ad aver spalancato le proprie porte ai capitali d'Oriente.

 

 

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