Economia

Auto comprate a rate: come riavere i soldi

Dopo la multa inflitta dall'Antitrust al cartello delle case automobilistiche cosa fare per ottenere il risarcimento

Guido Fontanelli

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Si scambiavano mail di questo tenore: «Immagino che tutti noi markettari nei prossimi mesi saremo impegnati a dare il meglio. Per questo motivo vi chiedo se possiamo scambiarci le informazioni di pricing». Oppure: «In un’ottica di collaborazione tra case concorrenti (…tutto il mondo è paese…), ti chiederei se puoi rispondere alle seguenti domande: ci sono campagne in essere per il prossimo anno? Ci sono dei contributi a carico dei concessionari su alcune campagne?». «Che azioni avete intrapreso in seguito al recente aumento del costo del denaro comunicato dalla Bce? Avete ritoccato i tassi dei vostri prodotti o l’importo delle spese pratica?» E ancora: «Vorremmo conoscere, da chi avrà il piacere e l’interesse a partecipare, come variano le caratteristiche del finanziamento (importo rata, importo anticipo etc) a seconda del modello e del prodotto finanziario»

A scrivere erano manager e funzionari delle finanziarie controllate dalle principali case automobilistiche operanti in Italia. Quelle banche «captive», cioè, il cui compito praticamente esclusivo è di sostenere e supportare la vendita delle auto del proprio gruppo. Non è un impegno da poco: circa il 70 per cento delle vetture vengono comprate in Italia tramite un finanziamento, e le sue caratteristiche diventano quindi fondamentali per decidere l’acquisto. 

Peccato che per ben 14 anni, dal 2003 al 2017, la partita è stata truccata a danno dei consumatori: le maggiori case automobilistiche avevano infatti formato tra di loro un cartello e si scambiavano tutte le informazioni importanti sui prestiti, dai tassi applicati alle spese di istruttoria e di apertura pratica, dall’importo minimo e massimo del finanziamento alla durata minima e massima del rimborso, dalle garanzie richieste alle provvigioni ai dealer. Numeri sensibili che viaggiavano via mail e che venivano discussi in riunioni segrete. E la concorrenza? Ma per favore, «tutto il mondo è paese»! 

Solo che, come nei vecchi film di Hollywood, nella banda c’è uno meno cattivo degli altri che si pente e aiuta lo sceriffo a fare giustizia. Il pentito è il gruppo Daimler che il 3 marzo 2014 segnala allo sceriffo del mercato, l’Autorità garante della concorrenza, che «le principali captive banks appartenenti a gruppi automobilistici attive in Italia avrebbero scambiato informazioni sensibili con riferimento sia alle condizioni economiche che ad altre condizioni contrattuali da praticare ai dealer e ai clienti che acquistano, attraverso finanziamenti, autoveicoli». 

La casa tedesca osa rompere il fronte dei «colleghi» perché capisce che il gioco sta diventando pericoloso, le società complici stanno violando la normativa antitrust e rischiano una multa salata. In una email del gennaio 2014, di fronte alla richiesta di organizzare una riunione tra concorrenti presso la sede di una delle case automobilistiche coinvolte, il dipendente della Mercedes Fs scrive: «In ottemperanza alle leggi antitrust la partecipazione mia o di dipendenti del gruppo Daimler potrà avvenire soltanto dopo la valutazione dell’agenda e dei punti concreti da trattare. Per garantire la massima trasparenza sarebbe auspicabile un meeting nell’ambito di un’associazione, per esempio Assilea». 

Ma i timori di violare la legge restano e due mesi dopo i manager della Daimler bussano all’Antitrust. Iniziano a collaborare, forniscono agli investigatori 145 pagine di documenti e facendo ricorso al «programma di clemenza» europeo (leniency)evitano una sanzione di oltre 60 milioni di euro: del resto le loro informazioni «risultano decisive ai fini dell’accertamento dell’infrazione». L’Autorità indaga inizialmente su nove società (Banca Psa Italia, Bmw Bank, Fca Bank, Ford Fce Bank, Gmf, Mercedes Fs, Rci Banque, Toyota Tfs, Volkswagen Bank) e sulle due associazioni di categoria Assilea e Assofin. Gli uomini dell’Antitrust e della Guardia di finanza effettuano ispezioni, conducono un sondaggio presso numerosi concessionari, allargano l’inchiesta alle case madri. Il 9 gennaio scorso, al termine del procedimento, l’Autorità emette il suo verdetto. Clamoroso: «In considerazione della gravità e della durata dell’infrazione» alle aziende viene imposta una multa per un totale complessivo di circa 678 milioni di euro. Un importo record. In particolare la Fca dovrà pagare (salvo il successo dell’inevitabile ricorso) 178,9 milioni, la Volkswagen 163 milioni, la Renault 125. Cifre da capogiro, calcolate in base ai fatturati delle società e alla lunghezza dei comportamenti anti-concorrenziali.

Fatto il suo dovere, lo sceriffo può appendere la fondina al chiodo. Ma ora tocca agli abitanti di Auto-town farsi sentire: assetati di vendetta, pretendono una fetta del maltolto. Chi ha acquistato a rate una vettura dal 2003 al 2017 dovrebbe infatti avere diritto a un risarcimento. Ne sono convinte alcune organizzazioni di consumatori che si sono subito date da fare: il Codacons il giorno stesso del comunicato dell’Antitrust ha presentato una denuncia penale a 104 Procure della Repubblica per il reato di truffa aggravata e ha avviato una class action (cioè una causa collettiva) contro le case automobilistiche multate. Anche Altroconsumo, il Movimento difesa del cittadino, Confconsumatori stanno lanciando le loro class action. L’interesse degli automobilisti è altissimo: Altroconsumo ha già ricevuto migliaia di manifestazioni di interesse, centinaia stanno affluendo alle sedi di Confconsumatori e delle altre associazioni. 

Ma che cosa possono ottenere gli automobilisti? A quanto ammonta il danno? L’Antitrust non lo ha indicato. Secondo i legali delle associazioni di consumatori, l’esistenza di un cartello porta alla nullità delle clausole relative ai finanziamenti erogati ai clienti e quindi i consumatori potrebbero richiedere la restituzione di tutti gli interessi… con gli interessi. La Confconsumatori è più prudente: «Secondo le linee guida emanate dalla Commissione europea, basate su uno studio su numerosi casi di cartelli tra imprese» spiega Antonio Amendola, avvocato dell’organizzazione, «in media il sovrapprezzo pagato dai consumatori a causa delle intese anti-concorrenziali è pari al 20 per cento: e quindi i clienti che hanno acquistato un’auto a rate tra il 2003 e il 2017 dovrebbero riavere un quinto del costo del finanziamento».

Altroconsumo invece sposa la linea più dura: «Il 20 per cento è una soglia minima» argomentano gli esperti dell’associazione milanese. «Tenuto conto della gravità della violazione e della sua durata, riteniamo che i consumatori abbiano diritto alla restituzione totale degli interessi attualizzati ai valori odierni. Bisogna anche pensare che in condizioni normali, con un mercato davvero concorrenziale e in una situazione difficile per le vendite di auto, probabilmente la case sarebbero tornate a proporre i prestiti a tasso zero. Cosa che invece non è avvenuta probabilmente perché esisteva il cartello sanzionato dall’Antitrust». Comunque vada a finire, sulla testa delle case automobilistiche, già scottate dalla figuraccia del Dieselgate, cade un’altra tegola. Anche sulla Mercedes: non ha pagato la multa, ma la class action se la becca pure lei.

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