Economia

Aumento dell'Iva dal 2020: numeri e conseguenze

Se le clausole di salvaguardia chieste dall'UE non dovessero essere sterilizzate le aliquote ridotte e ordinarie cresceranno

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Barbara Massaro

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La spada di Damocle dell'aumento dell'Iva pesa sulla testa degli italiani dal 2015 cioè da quando l'allora Legge di Stabilità (Governo Renzi) all'articolo 45 parlava di "Incremento dell'aliquota Iva del 10% di due punti percentuali a decorrere dal primo gennaio 2016 e di un ulteriore punto percentuale a partire dal 2017. L'aliquota Iva del 22%, invece, sarebbe aumentata di 2 punti percentuali dal primo gennaio 2016, di un ulteriore punto dal gennaio 2017 per poi crescere di un altro mezzo punto dodici mesi dopo".

Da allora, però, grazie alla periodica sterilizzazione della clausole di salvaguardia imposte dall'UE per salvaguardare, appunto, i conti pubblici l'aumento dell'imposta sul valore aggiunto è sempre stato sterilizzato. 

Cosa sono le clausole di salvaguardia

Le clausole di salvaguardia sono una serie di vincoli che l’Italia ha con l’Unione Europea e che prevedono, qualora non fossero reperite le risorse necessarie per la loro neutralizzazione e quindi per mantenere in ordine i conti pubblici, l’aumento delle aliquote Iva ordinaria e agevolata. 

Sia nel 2017 sia nel 2018 che 2019 i differenti governi sono stati in qualche modo in grado di trovare quei miliardi di euro necessari a non sforare il deficit (con la conseguenza di far scattare le clausole) e questo ha permesso che l'aliquota ridotta rimanesse al 10% e l'ordinaria al 22%.

Il prossimo esecutivo (che sia tecnico o politico) dovrà, quindi, operarsi con molto impegno per evitare che l'imposta cresca nel 2020 e nel 2021.

Per scongiurare l'aumento il governo dovrà rinvenire risorse per 23 miliardi di euro (50 miliardi nel biennio 2020/2021).

In caso contrario l'Iva ridotta passerà al 13% e qualla ordinaria al 25,2% per poi arrivare al 26% nel 2021.

Quali prodotti sarebbero toccati dall'aumento dell'Iva

L'aumento Iva al 13% si applicherà a tutti quei prodotti che oggi sono tassati in maniera agevolata ovvero: prodotti da forno, pasticceria, cereali; carne e salumi; pesce; latticini e uova; olio; zucchero, sale e spezie; marmellate, cioccolato, gelati e sughi; alimenti per bambini; caffé e birra. Inoltre l'aliquota agevolata riguarda l'acquisto degli immobili a uso abitativo, i conti di bar e ristoranti, i prodotti farmaceutici, i biglietti per i mezzi pubblici e per cinema, teatri o concerti

L'aliquota ordinaria, invece, riguarda gli alcolici, i tabacchi, i vestiti, le scarpe, gli orologi e gioielli e i servizi per la persona. A questi vanno aggiunti i prodotti tecnologici, quelli per animali, l'acquisto di auto, moto e biciclette.

L'impatto economico dell'aumento Iva

Il solo modo per scongiurare l'aumento sarebbe quello di reperire il denaro necessario a salvaguardare i conti pubblici in altra maniera, impresa tutt'altro che semplice. Preoccupate sono le associazioni dei consumatori, ma anche commercianti e produttori.

Dal centro studi di Confcommercio arriva l'allarme: "Gli ultimi due aumenti Iva sono stati nel 2011 e nel 2013 - ricorda Confcommercio - e quei tre anni sono stati tra i peggiori della nostra storia economica in termini di consumi.

Ma nella situazione attuale di domanda debole i produttori potrebbero decidere di evitare una traslazione completa sui prezzi, e in quel caso l’imposta graverà in parte anche sui redditi dei produttori, diventando ancora più nociva per l’economia perché avrà un impatto su tutta la filiera produttiva, dall’agricoltura all’industria".

Rincara la dose il presidente del Codacons Carlo Rienzi che ha avvertito: "l ritocco delle aliquote e delle accise provocherà una contrazione dei consumi del -0,7% e una caduta degli acquisti che raggiungerà quota -27,5 miliardi di euro, con effetti a cascata sul Pil, sull’occupazione e sull'intera economia nazionale".

Facendo i conti in tasca alle famiglie italiane si tratterà di un rincaro pesante che graverà sul budget famigliare per 540 euro circa l'anno che equivale a mezzo stipendio medio di un lavoratore.

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