Ecco perché l'Argentina rischia di fallire tra 20 giorni

Il paese potrebbe dichiarare bancarotta mentre la nazionale gioca i Mondiali. La causa: due sentenze americane con nuovi risvolti

"Non pagheremo questi fondi d'investimento che ci girano sulla testa come avvoltoi", ha detto la presidentessa argentina Cristina Kirchner – Credits: JUAN MABROMATA/AFP/GettyImages

Marco Pedersini

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La nazionale argentina, tornata a casa dopo i Mondiali, rischia di trovare una brutta sorpresa: il paese potrebbe esser fallito poco prima che in Brasile si fischi l’inizio dei quarti di finale.

Perché? Per due sentenze americane che si riferiscono a una storia iniziata nel gennaio 2002, quando l’Argentina dichiarò che non poteva più onorare tutti i debiti che aveva contratto: fu il più grande fallimento sovrano che la storia ricordi, un tonfo da 100 miliardi di dollari.

Le autorità di Buenos Aires proposero ai creditori un cosiddetto “processo di ristrutturazione”: in cambio dei titoli che l’Argentina non era più in grado di pagare, il creditore ne avrebbe avuti di nuovi, a rendimento inferiore e a scadenza differita. La perdita era comunque consistente: nei due grandi scambi di titoli, nel 2005 e nel 2010, i creditori si sono visti ridare tra i 25 e i 29 centesimi per ogni dollaro che avevano prestato allo stato argentino.

Hanno accettato il 93 per cento dei creditori. Il restante 7 per cento (più che altro fondi d’investimento americani) non ne ha voluto sapere e ha portato l’Argentina in tribunale. Ieri, dopo 12 anni di sentenze e ricorsi, la Corte Suprema americana gli ha dato ragione: i loro debiti vanno pagati, con gli stessi tassi con cui l’Argentina paga adesso i suoi creditori.

È una cifra molto pesante, per un’economia nei guai come quella argentina: 15 miliardi di dollari. “Non possiamo onorare i debiti”, ha detto la presidentessa Cristina Kirchner, che non ha lasciato grossi margini di manovra: “Siamo disposti a discuterne oltre, ma non posso di certo tollerare un’estorsione come questa”. Kirchner si è spinta a farne una questione di principio: non pagheremmo nemmeno se avessimo i soldi per farlo, perché non possiamo trattare questo 7 per cento diversamente dagli altri, che si sono ritrovati con titoli che valevano due terzi in meno di quelli che avevano acquistato.

La strategia argentina rischia di isolare quello che per il Financial Times è “uno dei governi più lassisti e arroganti ci siano al mondo”. Anche perché il 30 giugno scade il termine per il pagamento di titoli di debito che l’Argentina ha venduto sulla piazza di New York e, dopo questa sentenza, non può più onorare i debiti contratti con alcuni creditori ed ignorare gli altri. O, meglio, non può farlo se non vuole andare incontro a una catastrofe finanziaria.

La seconda sconfitta del giorno porta il nome del miliardario Paul Singer: aveva portato lo stato argentino in tribunale, perché non vuole pagare i 2,5 miliardi di dollari che deve al suo fondo (Elliott Associates). La Corte Suprema americana ha stabilito che l’Argentina deve rivelare la lista dei beni che possiede in giro per il mondo, perc permettere a Singer di rientrare del suo debito. Un precedente che ora vale per chiunque compri bond argentini sul mercato.

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