Ansaldo e il falso mito della difesa dell'italianità

La questione è una sola: quale futuro assicura il nuovo padrone

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Matteo Caroli

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Da una parte un’offerta della Siemens da 1,3 miliardi. Dall’altra una  cordata di imprese italiane capitanate dal Fondo strategico della Cassa  depositi e prestiti (cioè dello Stato). In palio l’Ansaldo Energia e  sullo sfondo il dilemma: è giusto difendere l’italianità delle nostre  imprese?

È importante per l’economia del Paese che la proprietà delle nostre (poche) grandi aziende rimanga in mani italiane? Questo interrogativo si ripropone puntualmente ogni volta che uno dei «campioni nazionali» diviene oggetto del desiderio di qualche compratore estero: da Bnl a Bulgari, da Parmalat ad Alitalia e ora con il caso Ansaldo Energia. Da un lato si sostiene che una proprietà italiana gestisce l’impresa in modo comunque più attento agli interessi del Paese di quanto farebbe uno straniero. Dall’altro, si osserva che non è la nazionalità dell’azionista a essere determinante, soprattutto nei grandi gruppi dove a decidere è anzitutto il top management. Entrambe le posizioni contengono un po’ di verità, ma non colgono la questione fondamentale: il futuro che la nuova proprietà intende offrire ed è concretamente in grado di garantire all’impresa acquisita, attraverso l’attuazione di un robusto piano industriale.

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