Andreotti e l'economia: tre grandi eredità

La Cassa depositi e prestiti che ricorda l'Iri, Intesa SanPaolo che ricorda le tre "bin" e il dominio della politica sul mercato. Oggi resta molto del segno impresso dal sette volte primo ministro

Giulio Andreotti a Fiumicino Aeroporto a Fiumicino Aeroporto in partenza per New York nel 1965. (Credits: Archivio ANSA)

Sergio Luciano

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“Missione compiuta”, chissà se ha avuto ancora la vivacità di pensarlo, o addirittura di dirlo in uno dei suoi sussurri. Ma certo nessun momento migliore avrebbe potuto scegliere, per andarsene, Giulio Andreotti rispetto a quello che ha scelto: la missione compiuta di aver rimesso al potere la Dc, con questo primo governo post-neo-democristiano della Seconda Repubblica, tutto intento a rieditare, con minimi ritocchi, alcuni dei capolavori che furono del “Divo” e dei suoi coevi, soprattutto in economia.

Già, perché se dell’Andreotti dell’ultimo ventennio si è dibattuto solo per la contaminazione infamante delle accuse di mafia, e se la sua figura di statista – piaccia o meno lo è stato! – si ricorderà soprattutto per il terzomondismo filo-arabo (“Sono equivicino”, diceva ironico quando gli chiedevano se tenesse per i palestinesti o gli israeliani), la verità è che Andreotti e l’andreottismo hanno inciso moltissimo, nel bene e nel male, nel tessuto economico del nostro Paese. E oggi alcune delle formule coniate dal Senatore sono pronte per tornare in auge.

Per esempio l’Iri, anzi, pardon: la Cassa depositi e prestiti. L’incrocio culturale e politico rappresentato dal riconfermato tandem di vertice, Franco Bassanini e Giovanni Gorno Tempini – post-comunista il primo, ma da sempre nell’area moderata, post-democristiano il secondo - altro non è che la riproposizione post-litteram di un’alchimia tipicamente andreottiana, un misto di socio-cristianità incardinata profondamente nell’idea di uno Stato che è Padrone ma più ancora amministratore, dispensatore di finanziamenti, risolutore di conflitti e guaritore di disagi. Un’idea salvifica, in grado – d’altronde – di riconvertirsi “on demand” all’uso del momento, al sostegno del potere, non per questo dovendolo sempre fare, ma potendo.

E cos’è, se non la riedizione delle tre “bin” (banche d’interesse nazionale: Comit, Credit e Bancoroma) l’attuale assetto ecumenico e globalizzante di Banca Intesa Sanpaolo? C’è dentro, innanzitutto, la risposta catto-compatibile al laicismo di Mediobanca. C’è dentro la banca globale, con tanti sportelli per tante famiglie clienti, tanti mutui-casa; ma c’è anche la banca d’affari per salvare l’Alitalia, mettere una pezza alla Parmalat, bilanciare quel che resta del potere dei tardi epigoni del mefistofelico Cuccia. C’è dentro addirittura Banca Proxima, una banca no-profit che serve a salvarsi l’anima. E le polizze, e quel che resta del Mediocredito lombardo, e il cattolicesimo lombardo poco andreottiano nel dna ma poi, all’atto pratico, fedele e costante compagno di strada.

Ma quel che c’è, forse più di ogni altra cosa, nell’andreottismo risorgente dei nostri tempi, è la riaffermazione del primato della politica sul mercato. Già, può sembrare paradossale ma è proprio la politica – magari più europea che nazionale – a dettare oggi la sua legge austera alle dinamiche dei mercati. È la dittatura dello spread, che sembra liberista quant’altri mai ed invece è figlia legittima dell’economia pubblica, del deficit-spending e delle spending-review e di tutto l’apparato buro-euro-sauro-cratico che ha preso quel che restava del mercato libero europeo e ne ha fatto una succursale delle direzioni della Commissione di Bruxelles: un dirigente stabilisce la lunghezza delle zucchine ammessa a contributo, un altro decide se le reti elettriche vanno frazionate o no, un altro ancora se il Ponte sullo Stretto va proibito o autorizzato.

Politica, politica, politica ovunque, discreditata ma ubiqua, sostenuta dalla casta dei grand-commis, per mancanza di contrappesi economici emergenti, una politica senza strategia, tutta tattica, affannata eppure strapotente: proprio come negli anni d’oro dell’andreottismo, ma in fondo ben peggio di allora, perché almeno a quei tempi il “Divo” sapeva verso quale porto sperava di pilotare il Paese: un porto pacifico, inclusivo, atlantista ma aperto all’Est, occidentale ma rispettoso del Maghreb.

Sul finire degli Anni Settanta, Andreotti promosse una “riconquista” del potere bancario da parte della Dc: ovvero, il superamento di quel patto non scritto per cui, dal Dopoguerra in poi, la politica di Prima Categoria era stata annessa ai cattolici ma le banche di Serie A dai laici, che invece in politica dovevano restare comprimari.

Flirtando prima con Sindona e poi con Calvi – non gli faceva schifo niente - Andreotti decise di superare questa ripartizione, e schierò tutte le sue truppe contro lo strapotere di Cuccia, trovando poi in Craxi un rivale, che attraverso l’amico Ligresti strinse con il regista di via Filodrammatici il patto che condusse alla pseudo-privatizzazione di Mediobanca, quel mostro logico e politico in virtù del quale Agnelli & C., con due lire, presero il sopravvento sull’azionista pubblico, cioè l’Iri, dell’istituto.

Ebbene, oggi la rimonta cattolica nei giochi del potere nazionale, economia compresa, è un verdeggiante remake di quell’epoca. Non c’è più una Mediobanca da contendere, ma quel che resta del potere locale dc, annidato nelle fondazioni bancarie. Come nelle cooperative bianche e nelle organizzazion agricole, artigiane e commerciali. Un tardivo omaggio alla visione del Divo. Che non a caso fu per tre volte Ministro delle Partecipazioni Statali, per due volte Ministro del Bilancio, dell'Economia e dell'Industria, per una volta Ministro del Tesoro, del Turismo e delle Politiche Comunitarie.

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