Economia

Quanti guai sulla Aim

La Borsa delle piccole e medie imprese ha perso il 20% in un anno. E rischia di andare in crisi come alcune delle sue aziende quotate

artigiani

Francesco Bonazzi

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Piccolo è bello. Ma quando questo «piccolo e bello» decide di sbarcare in Borsa, corteggiato in modo asfissiante da banche d’affari (nel migliore dei casi) o da banche creditrici che devono liberarsi di un credito (succede anche questo purtroppo), allora ogni logica autocratica, ogni ruspante dinamismo di provincia, ogni legittima aspirazione alla massima riservatezza, dovrebbe lasciare il passo alla trasparenza e a un management esterno e fortemente autonomo dall’azionista di riferimento.

Nei Paesi anglosassoni, quando ci si quota, si dice che una società «goes public»: è un’espressione perfetta e che dovrebbe insegnarci qualcosa. In Italia, queste piccole aziende si quotano in un mercato che si chiama Aim, circondato da una simpatia assolutamente giustificata. Ma i numeri sono numeri ed è impossibile non raccontare, almeno ogni tanto, i problemi a catena di questi fenomeni del «piccolo è bello», che partono tra gli squilli di tromba, poi giacciono per intere giornate senza un solo contratto sullo scaffale dei titoli non scambiati, e alla fine sfondano solo le tasche degli investitori che hanno creduto alla narrazione sociologica.

Il caso di questi giorni è quello della Bio-On, capace di perdere o guadagnare in un solo giorno anche il 60 per cento del suo valore, come al casinò. Ma anche un titolo come quello di Italia Independent, la società di occhiali e lusso vario fondata da Lapo Elkann, ha perso il 53 per cento  in un anno e se nel giugno 2013, quando venne quotata all’Aim, valeva 60 milioni, oggi ha una capitalizzazione di Borsa che non arriva a un terzo. E l’Aim nel suo complesso, negli ultimi 12 mesi ha bruciato oltre il 20 per cento. Mentre l’indice generale di Piazza Affari, nel medesimo periodo, è rimasto stabile (-1,8 per cento tra il 31 luglio 2018 e il 31 luglio 2019).

Nell’ultima settimana di luglio, un fondo d’investimento Usa di nome Quintessential spara online un report durissimo su Bio-On, l’azienda bolognese di bioplastiche quotata all’Aim. Già il titolo dell’analisi è ansiogeno: «Una nuova Parmalat a Bologna?». Si delinea il rischio che nei conti aziendali vi sia una specie di grande bolla, con tecnologie tanto innovative quanto improbabili, e una serie di introiti e crediti «certi» che in realtà sarebbero fittizi e simulati, grazie a un giro di società schermo o comunque vuote. Il titolo crolla immediatamente di oltre il 50 per cento in una sola seduta, poi arriva a recuperare anche il 60 per cento in poche ore, in una girandola impazzita di repliche, controrepliche, denunce incrociate, scienziati che giurano sui brevetti contestati e, alla fine, ovviamente, un bel fascicolo penale per aggiotaggio aperto a Bologna, per ora contro ignoti. Di sicuro, colpisce che in una nota del 25 luglio Bio-On non nomini neppure Quintessential, ma vi alluda parlando di «un soggetto che ha dichiarato di avere un interesse economico nella discesa del prezzo», ma qui quello che importa è la fragilità del sistema. Bastano pochi ordini e una manciata di milioni per destabilizzare una società, con il parco buoi a fare da spettatore. Un’occhiata all’oscillazione di prezzo del titolo Bio-on spiega bene i rischi e la fragilità del sistema.

Il gruppo bolognese ha esordito all’Aim il 30 ottobre 2014 a 9,5 euro per azione e il 31 luglio, dopo una settimana di tragicommedie, valeva 18,8 euro. Insomma, chi ha partecipato alla sua Ipo, meno di cinque anni fa, oggi ha raddoppiato il valore del proprio investimento. Ma queste azioni hanno iniziato ad andare alle stelle esattamente un anno fa, e in modo anche anomalo. Il 10 luglio 2018, sempre sulla scorta di notizie sui suoi progressi tecnologici, Bio-On valeva 68,9 euro ad azione. E nel solo mese di luglio, invece, ha perso il 60 per cento.

Non è mai un buon segno neppure quando una società quotata cambia nome senza che vi sia stata una grande alleanza che necessitava un nuovo brand. Specie se il cambio di ragione sociale si accompagna ai problemi giudiziari. È il caso di Imvest, costola assai malaticcia dell’impero immobiliare di Alfio Marchini, che solo nell’ultimo anno ha bruciato il 92 per cento del proprio valore e che cinque anni fa valeva il triplo di oggi, che la capitalizzazione di Borsa è di soli 9,99 milioni (dati al 1° agosto). Lo scorso 17 maggio, la Procura di Roma ha notificato a 23 persone, tra cui il mancato sindaco di Roma, la chiusura delle indagini per presunte false comunicazioni sociali sui bilanci di Methorios (ex banca d’affari che controllava Imvest ed era quotata anch’essa all’Aim) del biennio 2014-2015 e di Imvest per il 2016. Nell’avviso di chiusura indagini, Marchini, 54 anni, nipote di Alfio Marchini, partigiano e costruttore detto Calce e martello, viene definito «amministratore di fatto di Imvest spa». Quella che in un anno ha perso il 92 per cento in Borsa. Non sono cose belle da leggere, per un azionista, anche se magari il titolo sarò crollato per colpa delle indagini che, sia chiaro, devono ancora mostrarsi fondate.

Ma anche senza bisogno di mettere in mezzo le norme penali, ci sono titoli dalla parabola davvero sconcertante come quello di Italia Independent, che in un anno si è dimezzato senza un vero perché e ormai galleggia nel dimenticatoio dell’Aim. Fondata da Lapo Elkann, un geniaccio del design ma non del marketing, la società è nata con la vendita di occhiali in materiali molto ricercati, e poi le felpe, i caschi da moto e da sci e tutto quello che può fare figo, anche se perfettamente inutile. In Borsa, Lapo, ce l’hanno portato sei anni fa e all’esordio, dopo una campagna stampa di una pesantezza che potete facilmente immaginare visto la potenza mediatica della famiglia Agnelli-Elkann, l’aziendina dicevano che potesse valere oltre 60 milioni di euro.

Oggi ne vale a stento 17 e questo nonostante un paio d’anni fa sia intervenuto il fratello John, che ha ricapitalizzato la baracca e ha evitato l’onta di un fallimento a cotanta dinastia. Anche qui, vale la legge della mini-Ipo all’italiana: tutti fenomeni alla vigilia, con narrazioni spettacolari e ammirate; poi appena il titolo affonda, al massimo due righe a pagina 48, sepolte tra gli avvisi di Borsa.

Sempre dal campionario Aim, però, emergono storie di vario tipo. La Società editoriale il Fatto quotidiano non è un esercizio di illusionismo finanziario, tutt’altro. È un editore puro, insieme alla Verità pubblica uno dei pochi giornali italiani che non ha paura delle notizie, ha una gestione sana e non è ostaggio delle banche (con tutto quel che ne consegue in termini di minor libertà) come la maggior parte dei concorrenti. Il 14 marzo, dopo alcuni rinvii, si quota a Piazza Affari: il prezzo di collocamento è 72 centesimi per azione, esordisce a 71 e il 29 luglio tocca quota 70 centesimi. L’andamento degli scambi è tra il piatto e lo zero virgola. Non c’è trucco, non c’è inganno. Ma se ti lasciano quotare solo il 16 per cento di una società che opera in settore per altro assai maturo come l’editoria, e tutto questo dopo aver distribuito lauti dividendi agli azionisti fino all’anno precedente, non si può pretendere che gli investitori sgomitino tra loro per diventare soci di Marco Travaglio e compagnia. Del resto anche un’editrice di lungo corso come Daniela Santanchè, quotata all’Aim con la sua Visibilia, nell’ultimo anno ha perso l’85 per cento del valore e oggi capitalizza appena 791 mila euro. Volendo, la si compra anche per poco.

Ma non è, ovviamente, che all’Aim vada male per tutti. Anzi. Il 18 aprile 2018, sull’Aim arriva la Smre, società umbra presentata al mercato come un gioiellino tecnologico nel campo dell’automazione e della mobilità ecologica. Esordisce a 2,5 euro, ma il 25 aprile scorso arriva un colosso americano come Solar Edge e lancia l’Opa totalitaria a 6,5 euro, investendo oltre 150 milioni di euro. Il problema? Non accade quasi mai. n

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