Economia

Acciaio: perchè la Cina accetta i tagli alla produzione

Anche Pechino ha interesse a ridurre la propria capacità produttiva. Ma alle sue condizioni

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– Credits: Kevin Frayer/Getty Images

Sono mesi che Europa e Stati Uniti cercano di convincere la Cina a ridurre la produzione di acciaio per contenere gli effetti negativi di una sovrapproduzione che, a loro dire, è stata creata e continua ad essere alimentata esclusivamente dalla Repubblica popolare che avrebbe invaso i mercati di tutto il mondo con prodotti a basso costo che avrebbero contribuito a spiazzare ogni forma di concorrenza. Sorprendentemente, pare che la prima timida apertura in questo difficilissimo negoziato sia stata strappata proprio in territorio cinese, nelle consultazioni del G20 che si è appena concluso ad Hangzhou.

Cosa è successo ad Hangzhou

Nello specifico, Pechino si è impegnata a "cooperare" sul piano della "lotta al protezionismo" e a contribuire di più alla "promozione del libero scambio" nell'ottica di rilanciare la crescita globale. In che modo? Riducendo le esportazioni di acciaio, proprio come l'Occidente le aveva chiesto. Alle sue condizioni però, ovvero senza indicare alcun obiettivo specifico.

Il punto di vista europeo

Dopo il fallimento delle consultazioni di aprile a Bruxelles, ad Hangzhou il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha riaperto subito la questione acciaio usando toni ben poco disponibili a una mediazione, ribadendo come l'eccesso di capacità produttiva cinese rappresenti un problema per l'economia mondiale (in Europa l'export di acciaio cinese è cresciuto dal 2010 ad oggi del 70%, mentre la contrazione della produzione del Vecchio Continente avrebbe bruciato ben 10mila posti di lavoro), e sottolineando la necessità di imporre a Pechino un sistema di monitoraggio della sua produzione in eccesso.

Una richiesta inaccettabile, perché nessun paese sarebbe disposto ad accettare un controllo così invasivo dei cicli produttivi di qualunque settore, ma che (forse) ha fatto capire a Pechino l'importanza di raggiungere un accordo, anche se solo di facciata. 

Il punto di vista cinese

Sono mesi che il Partito difende la propria produzione sottolineando come quest'ultima sia orientata a soddisfare la domanda interna e che, quindi, l'eccesso di offerta sui mercati internazionali sarebbe soltanto l'ennesima conseguenza della crisi finanziaria globale e del rallentamento dell'economia internazionale che l'ha accompagnata.

Il parere degli analisti

Eppure, secondo tanti analisti (occidentali) la Cina sta continuando a produrre una enorme quantità di acciaio solo per tenere in piedi le aziende di stato del settore, accettando di vendere in perdita pur di non chiudere. Le stime più attendibili parlano di una capacità complessiva di 700 milioni di tonnellate, di cui solo 400 destinate a soddisfare le necessità del mercato interno.

Una vittoria a metà

A dire il vero Pechino è perfettamente consapevole di avere un problema di sovrapproduzione di acciaio, tant'è che prima del G20 di Hangzhou il Presidente Xi Jinping aveva confermato pubblicamente l'intenzione di ridurre la produzione di 100/150 milioni di tonnellate entro il 2020, e in fin dei conti anche l'iniziativa della "Nuova Via della Seta" lanciata nel 2013 è stata pensata proprio per trasferire l'acciaio (e non solo) in eccesso nella costruzione di una nuova rete di infrastrutture per collegare l'Oriente all'Occidente. Il problema è che per quanti sforzi stia facendo per riformare la propria economia, non ci si può aspettare che questa difficile transizione si completi in un anno. E purtroppo nemmeno in un decennio.

Ad Hangzhou la Repubblica popolare si è impegnata a ridurre la produzione interna di acciaio e certamente lo farà perché le conviene. Allo stesso tempo non ha fissato obiettivi precisi un po' perché a prescindere dalle buone intenzioni dichiarate non è in grado di prevedere il tasso di successo di questa difficile manovra. E anche perché sarebbe stato inaccettabile (e non solo per la Cina) cedere alla richiesta di un monitoraggio diretto dell'Occidente o vincolarsi a quote stabilite da altri.

Anche se tanti si dicono soddisfatti per il fatto che la Cina abbia accettato di partecipare al lancio di un nuovo Forum globale per monitorare la sovrapproduzione dell'acciaio coordinato dall'Ocse, l'unica fonte di speranza di questo negoziato è la consapevolezza cinese di dover trovare un modo per ridurre la sua produzione di acciaio per motivi interni.

Una prospettiva, questa, che può far piacere a Stati Uniti ed Europa (che tuttavia dovrebbero rendersi conto che il risultato raggiunto sia dipeso più da equilibri interni al paese che dalle loro pressioni), ma di certo scontenterà paesi come l'Australia, che al momento vendono alla Cina il 60 per cento della produzione interna di minerali di ferro che le servono per sfornare le tonnellate di acciaio di cui, però, il paese non ha più bisogno.


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