Il difficile processo di pace in Sud Sudan

Firmata la tregua ad Addis Abeba. Obiettivo: porre fine a un conflitto che in più di un anno ha causato quasi due milioni di sfollati

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Profughi del Sud Sudan – Credits: GETTY

Di Marta Pranzetti per Lookout news

È stato firmato lunedì 2 febbraio un nuovo accordo di tregua tra il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, e il capo dei ribelli, l’ex vicepresidente Riek Machar. Si tratta dell’ennesimo tentativo di porre fine a un conflitto che ormai va avanti in Sud Sudan da oltre un anno. Almeno tre accordi sono stati siglati da allora, ma nessuno ha retto. Gli scontri tra i gruppi di etnia dinka, fedeli al presidente Kiir, e quelli di etnia nuer, alleati di Machar, hanno provocato una decina di migliaia di vittime e almeno un milione e 800mila di rifugiati. A peggiorare la situazione, lo spettro di quella che le Nazioni Unite hanno definito la “peggiore carestia del mondo”.

 L’ultimo accordo, raggiunto ad Addis Abeba grazie alla mediazione dell’Igad (Autorità intergovernativa per lo sviluppo), prevede l’immediata cessazione delle ostilità e la formazione di un governo dai poteri condivisi: Kiir rimane capo di Stato, mentre Machar assume la vicepresidenza. Entro il 20 febbraio si decideranno le sorti della struttura del governo di transizione e assegnati gli incarichi amministrativi. Si tratta di due passaggi difficili però da concretizzare. Entro il 5 marzo si attende poi la firma dell’accordo finale, ed entro luglio la formazione del nuovo esecutivo transitorio, chiamato ad assicurare la continuità del governo di Kiir fino allo scadere naturale del suo mandato.

 

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Gli osservatori internazionali restano scettici. Il Sud Sudan rappresenta da sempre, prima e dopo la nascita di uno Stato indipendente a seguito della secessione dal Sudan nel 2011, un focolaio di crisi politica e umanitaria. Non è di certo l’unico Paese a rischio nel Continente africano. Il 30 e 31 gennaio ad Addis Abeba si sono riuniti i Capi di Stato dell’Unione Africana per il 24esimo summit dell’Organizzazione. In agenda, tra i punti più critici oltre al Sud Sudan, sono stati segnati le crisi in Nigeria e Repubblica Centrafricana, la Libia, l’epidemia del virus Ebola, il terrorismo nel Sahel e le numerose elezioni che dovrebbero tenersi nel 2015 ma che in molti Stati africani sono considerate a rischio.

 

Un contingente multinazionale contro Boko Haram
Prima del summit del 30 e 31 gennaio, il 29 gennaio si era riunito nella capitale etiope anche il Consiglio di Pace e Sicurezza dell’Unione Africana. Il Consiglio ha approvato l’invio di una forza multinazionale mista (FMM) per contrastare il gruppo estremista nigeriano Boko Haram, considerato ormai a tutti gli effetti una minaccia di portata regionale. Alla forza multinazionale parteciperanno i Paesi del bacino del lago Ciad (Camerun, Ciad, Nigeria e Niger), direttamente interessati dalle incursioni del gruppo jihadista. Il Benin ha già disposto l’invio di 700 uomini e altri Paesi potranno unirsi su base volontaria.

 Dal 5 al 7 febbraio è adesso attesa la riunione degli esperti militari a Yaoundé, in Camerun, dove verranno definite le regole d’ingaggio e le modalità di intervento del contingente. A questa riunione seguirà poi il voto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (l’UA ha già il consenso di Francia, USA e GB) per una risoluzione internazionale che possa garantire eventualmente al contingente dell’Unione Africana anche un contributo da parte delle Nazioni Unite.

 Intanto il 1 febbraio i miliziani del gruppo terroristico nigeriano sono tornati ad attaccare la città di Maiduguri, capitale dello stato nord-orientale di Borno. L’offensiva è stata parzialmente respinto dall’esercito nigeriano. In parallelo proseguono i rastrellamenti delle truppe camerunensi e del Ciad al confine settentrionale con la Nigeria.

 

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