Yves Klein: Rotraut Uecker, la regina nel blu dipinto di blu

Manie, ricordi e intuizioni di un genio nel colloquio esclusivo con colei che fu sua moglie e testimone di una stagione in cui l’anima contava più della finanza

Yves Klein e Rotraut Uecker

Antonio Carnevale

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Un giorno un flautista prese a suonare una nota unica, continua, ininterrotta. Dopo avere così fatto per 20 anni, sua moglie gli fece notare che gli altri flautisti producevano diversi suoni, persino melodie. Ma il flautista replicò che non era colpa sua se egli aveva trovato la nota che tutti gli altri stavano ancora cercando. Con questo antico racconto persiano l’artista francese Yves Klein (1928-1962) rispondeva a quanti gli chiedevano come mai dipingesse soltanto monocromi blu. E se non ci è dato di sapere quanto il flautista persiano abbia davvero convinto l’estenuata consorte, sappiamo invece che Klein convinse di certo la sua di moglie, l’artista Rotraut Uecker, che Panorama incontra a Parigi nella galleria Tornabuoni alla vigilia della mostra Tout feu tout flamme, e che di Klein s’innamorò per via di quell’unica ininterrotta nota blu: quando ancora lui non aveva convinto né critica né pubblico e quando non poteva nemmeno permettersi di affittare uno studio dove dipingere quei monocromi che oggi volano sopra i 30 milioni di dollari.

Quadri di un solo colore, tele bruciate, modelle usate come pennelli e fatte rotolare sulla tela: negli anni 50 doveva essere un’arte difficile da digerire...
Yves fu incompreso, male interpretato sia allora sia dopo la morte.

Può fare un esempio?
Quando fu invitato a Cannes per la proiezione di un film che lo riguardava, pensava che la sua arte sarebbe stata finalmente capita e consacrata fra le eccellenze del suo tempo. Invece sullo schermo passò Mondo cane dell’italiano Gualtiero Jacopetti: un documentario sul peggio che l’essere umano potesse mai concepire. Scene di vivisezione, bimbi costretti alla fame, lotte fra cani… e Yves presentato come il ridicolo campione di un’arte inutile e degradata. Fu terribile. Ebbe lì il primo di tre infarti che lo portarono alla morte poche settimane più tardi, a soli 34 anni.

A 50 anni dalla morte è oggi un maestro riconosciuto. Sue opere sono nei più  grandi musei. Lo scorso maggio Christie’s ha battuto la sua opera "Fire color 1" a 36.482.500 dollari…
La sua arte ha avuto un grande impatto. Piero Manzoni ne rimase colpito. Lucio Fontana comprò una sua opera. Ma i più ne diedero un’interpretazione concettuale. Pochi compresero quella dimensione immateriale che è in ogni opera di Yves e capace di trasportarti in un altro spazio, un altro universo.

Dino Buzzati comprò una sua "Zona di sensibilità artistica": gli diede un lingotto d’oro e in cambio ne ebbe da Klein una ricevuta che insieme bruciarono per poi spargerne le ceneri nella Senna.
Buzzati scrisse poi un bellissimo articolo sul Corriere della sera. Ma oggi quanti capirebbero la valenza mistica di quell’operazione? Quella era arte pura, la sola via per toccare l’anima.

Damien Hirst, Jeff Koons: cosa pensa delle nuove star?
In generale, credo che le nuove generazioni considerino l’arte un modo rapido per fare soldi. Marcel Duchamp, che fu amico di Klein per tutta la vita, diceva che la grande arte può venire solo da una condizione di resistenza. Oggi non solo l’arte non resiste al materialismo, ma lo asseconda. È parte integrante del sistema, fine e mezzo al tempo stesso.

Può fare un esempio?
C’è troppa confusione sul concetto di arte. Oggi c’è chi considera arte la moda e il design. Persino i grandi chef sono oggi definiti artisti. È una mistificazione funzionale all’industria culturale e alla finanza. Ma se tutto è arte allora nulla lo è. Un’opera di Klein è una via per lo spirito. Può mai esserlo un paio di scarpe, un tavolino o un piatto di verdure? Se l’arte abdica alla sua funzione di elevare l’uomo oltre il materialismo, allora la civiltà è perduta.

Klein non ha eredi?
Anish Kapoor e Joseph Beuys sono stati in un certo senso i continuatori della sua arte. Kapoor mi ha chiesto il permesso di realizzare un monocromo rosso, riconoscendo la paternità di Yves. Ma in generale la nostra epoca ha perduto la capacità di sognare e la dimensione spirituale.

Alla prossima Biennale di Venezia ci sarà per la prima volta un padiglione vaticano. Klein sarebbe una buona scelta?
Yves distingueva nettamente la religione dalla politica.

Il vostro fu un matrimonio religioso, cattolico, ma carico di simboli diversi. Yves indossava l’alta uniforme dei cavalieri di san Sebastiano; lei aveva in capo una corona blu; sfilaste in un corridoio di sciabole incrociate mentre un’orchestra suonava una sola nota.
Yves era interessato ai rituali non in senso esteriore ma per il loro significato. Studiava il rosacrocianesimo e l’alchimia, le discipline esoteriche. Il blu di Klein era la sintesi di tutto ciò; era un regno. Lui ne era il re. Io la regina. E tutto era estremamente poetico perché tutto aveva un senso profondo.

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