Edoardo Frittoli

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Il declino inarrestabile della dinastia Savoia ebbe una rapida accelerazione quando all'alba del 9 settembre 1943 dal portone del Quirinale uscì rombando una Fiat 2800 color grigioverde. 

A bordo ci sono il Re Vittorio Emanuele III, la consorte Elena, due alti ufficiali del Regio Esercito. La macchina che segue porta Umberto di Savoia e famiglia, mentre la terza vettura siede il Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio. Praticamente tutte le più alte cariche dello Stato dalla caduta del fascismo del 25 luglio scappavano da Roma all'indomani dell'armistizio di Cassibile.

La prima gravissima mancanza da parte dei vertici in fuga fu la mancata difesa della Capitale, che fu lasciata alla mercè dei tedeschi dopo l'ultimo disperato e spontaneo tentativo di resistenza alla Porta San Paolo. Mentre il convoglio reale imboccava la Tiburtina verso Pescara, iniziava il martirio dei soldati italiani lasciati senza ordini precisi, allo sbando, braccati dall'ex alleato germanico. 

Giunti a Pescara presso l'aeroporto militare, i piloti si rifiutano di imbarcare la famiglia per lo sdegno provato dal gesto della fuga. Si decide di proseguire via mare, imbarcando il Re nel più sicuro porto di Ortona a bordo della Corvetta "Baionetta" che attracca nel porto di Brindisi, già liberata dai tedeschi, accolta dall'Ammiraglio Rubartelli. 

Presto il Re, Badoglio e i consiglieri si troveranno di fronte agli Alleati, rappresentati dal generale McFarlane. Al Re e al suo Maresciallo fu sottoposto il testo dell'Armistizio "Breve" di Cassibile. Il fatto che nè il sovrano nè il futuro primo ministro del Regno del Sud ne fossero a conoscenza, contribuì ad acuire la diffidenza dei vertici alleati nei confronti dei futuri co-belligeranti. Fu soltanto per garantire la continuità in contrapposizione con la nascente Repubblica Sociale, che ai Savoia fu affidata la reggenza del limitato Regno del Sud, comprendente parte del territorio del mezzogiorno liberato dagli anglo-americani escluse le zone più importanti mantenute nelle mani dell'Amgot

La famiglia reale rientrerà nella Capitale abbandonata frettolosamente l'anno prima nel giugno 1944. Il giorno dopo la liberazione di Roma il vecchio Re lascia la luogotenenza del Regno al figlio Umberto, che fu indotto dagli Americani a siglare il decreto che sanciva la scelta referendaria sulla forma di governo dell'Italia una volta finita la guerra. Proprio in quei giorni, la sorella di Umberto Mafalda d'Assia moriva nel campo di concentramento nazista di Buchenwald, per le gravi ferite riportate in seguito ad un bombardamento alleato. 

Nei due anni di permanenza al Quirinale, Umberto di Savoia esercitò un potere estremamente limitato e condizionato dalle pressioni sia interne (i partiti della Resistenza, che in gran parte volevano l'abolizione tout-court della monarchia) sia provenienti dal dibattito tra gli Alleati, con Churchill propenso al mantenimento della dinastia per garantire più equilibrio e sbarrare la strada al socialismo, e gli Americani che vedevano nella Democrazia Cristiana e nella Repubblica i mezzi per traghettare l'Italia lontana da una possibile rivoluzione socialista. Il 9 maggio 1946, a meno di un mese dal referendum, Vittorio Emanuele III abdica a favore di Umberto, nella speranza di rinnovare l'immagine fortemente compromessa della Real Casa. Tuttavia, ad un anno dalla fine della guerra, il mondo era profondamente cambiato. Churchill, il più grande sostenitore di Casa Savoia, era stato sconfitto alle elezioni politiche, mentre sempre più stretti erano i legami tra gli Americani e la Dc di De Gasperi negli ultimi giorni del "Re di maggio" e della fine del Regno d'Italia, che visse soltanto 84 anni.

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