«Una camera a ovest per un signore solo»: il voyeurismo filologico sull’epistolario di Nietzsche
«Una camera a ovest per un signore solo»: il voyeurismo filologico sull’epistolario di Nietzsche
Cultura

«Una camera a ovest per un signore solo»: il voyeurismo filologico sull’epistolario di Nietzsche

L’immensa opera di cura, traduzione, verifica e rettifica dell’opera di Nietzsche e del suo archivio da parte di Mazzino Montinari e Giorgio Colli, che lo hanno anche depurato da quella sostanza ipertrofica e malvagia iniettatavi con consapevole malafede da …Leggi tutto

L’immensa opera di cura, traduzione, verifica e rettifica dell’opera di Nietzsche e del suo archivio da parte di Mazzino Montinari e Giorgio Colli, che lo hanno anche depurato da quella sostanza ipertrofica e malvagia iniettatavi con consapevole malafede da sua sorella Elizabeth in vena di accreditamento presso i nazisti, ha qualcosa di splendidamente e minutamente folle.

È nell’Epistolario in particolare che emerge la dimensione atletica del lavoro che hanno compiuto negli interstizi di contenuti diretti e autografi e laterali e contigui (lettere e diari di amici e conoscenti), fin negli spazi oscuri sotto le cancellature: pare che solo Montinari, a parte il musicista Heinrich Köselitz (nome d’arte, inventato da Nietzsche, Peter Gast) che gli correggeva le bozze, fosse in grado di decifrare la calligrafia del filosofo, progressivamente cieco: a un certo punto, ricordo, compare il fatto – che inizialmente lo rese felice come un bimbo – che sua sorella gli aveva regalato una macchina da scrivere e gliel’aveva mandata a Genova: c’erano due tasti che si accavallano, e la cosa lo faceva imbestialire al punto che dopo vari tentativi di farla riparare tornerà a scrivere a mano.

È grazie alle note dei curatori, ad esempio, che si apprendono, per vie non documentali ma “prossimali”, spesso grazie a voci, a insinuazioni dentro lettere di altri, a pettegolezzi, i veri motivi dell’insanabile dissidio con Lou von Salomé e l’amico Paul Rée, così come quelli della rottura con Wagner (questi ultimi talmente imbarazzanti e crudeli che preferisco tacerne). Ma mai nel corso della lettura dei cinque poderosi volumi mi era capitato di provare una vertigine orizzontale, per così dire, una specie di torcicollo causato da un’angolazione bizzarra dello sguardo, uguale a quella che ho avuto leggendo quanto sto per raccontare.

Se si dovesse trovarne un equivalente, bisognerebbe immaginare di diseppellire la casa di Lucilio e di trovarvi delle lettere firmate “Seneca“; di rinvenire un coltello sulle sponde del Tamigi e scoprire che vi è incisa la scritta Mr. Hyde; di trovare un flacone in casa dell’erede di una prostituta di Parigi con dentro il residuo di un profumo che l’etichetta nomina un po’ pomposamente Fiore del male.

Montinari e Colli sono partiti da un passo della lettera del 22 dicembre 1886, in cui Nietzsche si lamenta con sua madre di non riuscire a trovare a Nizza una stanza come piaceva a lui (tranquilla, coi soffitti alti e ben esposta al sole). Il passo è questo: «Con Sils-Maria è finita a causa della camera e degli occhi; Venezia ogni volta mi ha fatto male. Anche qui in realtà mi manca praticamente tutto, sono andato a vedere una trentina di appartamenti, ma non ne ho trovato uno che potrebbe andar bene».

Se Nietzsche è andato a vedere queste case, hanno dedotto (o inferito) Montinari e Colli, allora vuol dire che deve essere uscito dalle sue frequentazioni abituali (di cui esistono testimonianze dirette degli interlocutori) che è come dire dal suo eremitaggio; deve aver preso accordi, parlato con gli affittuari, che deve pure aver contattato in qualche modo; ma mentre per Venezia, Genova, Sils-Maria e Torino si sa quasi tutto dagli eredi delle case o dei caffè che Nietzsche frequentava, per Nizza i suoi spostamenti sembravano riassorbiti nella normale routine turistica della riviera, professore tedesco tra altri.

Mi affascina d’ora in poi il percorso mentale dei due curatori, che scabramente lo suggeriscono in nota alla lettera: tra gli appunti di Nietzsche è stato rinvenuto un abbozzo in tedesco con sopra una scritta a lapis di mano estranea (Köselitz?) che lo datava a «inizi di giugno 1886», questo: «Uno studioso cerca in posizione molto tranquilla una buona camera con annessi, di preferenza presso una distinta famiglia svizzera o tedesca. Indirizzare lettere sub D.F.R alla redazione».

La ricerca della testimonianza filologica si trasforma di colpo in una sorta di esercizio del limite, consistente nel tentativo molto ambizioso, iper e meta letterario, di verificare la traccia di Nietzsche sul suo mondo (che è, incidentalmente, il nostro) in quel momento, e far combaciare i lembi dell’evento privato, quotidiano, con quelli del tempo e dello spazio a cui tutti apparteniamo. È un tenore che abita tutta l’opera critica dell’Epistolario: è come se si desiderasse verificare attraverso quante più fonti possibile che quell’evento unico che è stato Nietzsche sia realmente appartenuto alle coordinate e alle convenzioni di questo mondo. In fondo, sarebbe bastato quell’appunto per accertare la verità dell’asserzione, riferita alla madre, che aveva visto una trentina di case.

E invece Colli e Montinari vanno oltre, in una specie di approfondimento ostinato e dal voyeurismo rigoroso, e scoprono che, in effetti, «L’Eclaireur du Littoral», gazzettino della riviera nizzarda,  il 13 e 14 ottobre 1886 pubblicò una inserzione (con indirizzo fermo posta): «Si cerca camera ben esposta (possibilmente a ovest) per un signore solo. Tranquillità. Indirizzare alle iniziali E.F.».

L’emozione del ritrovamento – benché controllatissima – dovette scavalcare il sentimento dell’incastro preciso prodotto dal semplice quod erat demonstrandum, se la nota termina con questa inserzione senza alcuna aggiunta a commento. Non si sa perché si firmò – o diede come indicazione – quelle due iniziali, ma senza dubbio il “signore solo” di questa inserzione apparentemente normale – ma basta rileggerla un paio di volte e guardarla meglio per convincersi della sua singolarità – è Friedrich Nietzsche.

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