Cultura

I simboli, segno di vita di una civiltà

Partendo dal (discusso) crocefisso di Salvini riflessioni sull'importanza e valore dei simboli per ciascuno di noi

Papa Francesco simboli

Davide Rondoni

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A volte le polemiche, pur se sbagliate, sono utili. Ad esempio, quella che ha investito il leader della Lega Matteo Salvini per aver esibito durante comizi e altri momenti simboli religiosi popolari. Lo hanno ovviamente accusato di strumentalizzarli. E ovviamente il rischio di perversione del suo senso c'è ogni volta che si fa riferimento a un simbolo. Del resto, molti dei vescovi che hanno accusato Salvini per quarantanni hanno invitato a votare un partito che el simbolo stesso portava una croce, e nessuno di loro si scandalizzava quando il presidente Scalfaro esibiva sul bavero il simbolo della Azione Cattolica. Ma più in generale nessuno dei tanti fans del Presidente Obama si irrigidiva a vederlo giurare sulla Bibbia o citare Dio nei discorsi. Ma qui siamo ancora nell'ambito del polemos, della giusta e inevitabile discussione pubblica.

Se invece quardiamo alla possibile utlità della polemica, ci si può interrogare sul valore dei simboli. Dobbiamo per paura di possibili strumentalizzazioni nasconderli?

Un simbolo è per sua natura "pubblico". Richiama chiunque a un possibile significato. Se fosse privato sarebbe un amuleto. Molti simboli anche religiosi ridotti a uso solo privato infatti rischiano di ridursi ad amuleto, o peggio a feticcio. Senza simboli pubblici una civiltà non dice nulla di sé. A me piace camminare e viaggiare guardando antichi simboli su facciate di castelli, chiese, di molti fatico a decifrare il senso ma almeno mi comunicano il senso di una storia ricca e nobile per quanto convulsa.

Come qualcuno ricorderà l'Italia è uscita vincitrice da una "causa" dinanzi alla Corte Europea sulla possibilità di esporre simboli religiosi in luoghi pubblici. Veniva accusata di ledere i diritti di non si sa bene che natura. Un brillante e importante avvocato ebreo, non cristiano, J. Weiler, ci ha difesi. Una civiltà che non espone simboli è morta.

Il fatto che i nostri ragazzi arrivino a scuola e invece di simboli o nomi importanti della nistra storia trovino appesi e ben visibili le targhe di plastica obbligatoriamente esposte dei progetti europei a chi partecipano scritti in orrendo burocratichese dà il senso della decadenza della scuola. Il fatto che molti ragazzi scambiano la (brutta) opera di un artista italiano piazzata davanti alla stazione di milano come la "mela" della Apple (non sapendo nemmeno più da dove quella medesima mela arriva) è - oltre che una giusta punizione per l'artsita di una tale furba bruttura- un segno del disastro.

I smboli sono segno di vita, e la vita è sempre ambito di possibili ambiguità, strumentalizzazioni, intenzioni indecifabili del cuore e sincerità disarmanti. Ma preferisco la vita, e i suoi simboli, alla ipocrisia mortifera di chi ci vorrebbe con tanti amuleti nelle tasche e davanti agli occhi solo insegne commericali o bandiere. Mentre un uomo per comprendere il mondo e il destino ha bisogno di simboli e presenze significative, non solo di astrazioni.


Lo aveva capito un grande poeta lituano e americano, Ceszlaw Miloscz.


VENI CREATOR


Vieni, Spirito Santo,
curvando (oppure non curvando) l’erba,
apparendo (oppure no) sul capo come lingua di fuoco,
al tempo delle fienagioni, o quando il trattore esce per la prima aratura
nella valle dei boschetti di noci o quando la neve
seppellisce gli abeti storpi nella Sierra Nevada.
Sono soltanto un uomo, ho dunque bisogno di visibili segni,
il costruire scale di astrazioni mi stanca presto.
Ho pregato spesso (Tu lo sai) perché la statua in chiesa
sollevasse per me la mano, una volta, un’unica volta.
Ma lo capisco, i segni possono essere solamente umani.
Desta dunque un uomo, in un posto qualunque della terra,
(non me: perché ho comunque il senso della decenza)
e permetti che – guardandolo – io possa ammirare Te.

Czeslaw Milosz (da Poesie, Adelphi)

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