Cultura

Sequestro Moro: l'ultimo fondamentale discorso prima del calvario

Lette 40 anni dopo, le parole del Presidente Dc sul "compromesso storico" hanno un peso politico determinante. Furono pronunciate solo 15 giorni prima della strage di via Fani

moro rapimento sequestro pci

Roma, sede centrale della Democrazia Cristiana: martedì 28 febbraio 1978

E'il pomeriggio del 28 febbraio 1978 quando il Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro si alza di fronte all'assemblea dei deputati e senatori del partito. Lascia da parte gli appunti scritti a macchina e parla a braccio del tema che aveva generato la più alta tensione nella Dc dai tempi delle elezioni del 1948: l'intesa con il Partito Comunista Italiano. In due parole il "compromesso storico".

Il discorso di Moro, pronunciato a porte chiuse, viene anticipato sul numero di Panorama uscito in edicola due giorni prima della strage di via Fani, a firma di Pasquale Nonno.

L'impressione immediata è che la portata delle parole del leader Dc, lette 40 anni dopo i fatti, sia davvero rilevante: tutto ha inizio dall'analisi di Moro dei risultati delle cruciali elezioni del 20 giugno 1976, quelle della storica avanzata del Pci.

L'idea dell'alternanza

Le urne avevano portato di fronte alla politica italiana una condizione simile ad una forma di bipolarismo ante litteram con i due grandi attori per trent'anni antitetici a spartirsi la maggioranza dei voti degli italiani, nel quadro politico internazionale caratterizzato dal permanere della divisione nei due grandi blocchi nati dalla Guerra Fredda.

Moro parla espressamente di collaborazione tra i due grandi partiti come se si trattasse di un'esperimento in nuce di una grande coalizione laica che il Presidente spiega con queste parole ai suoi deputati e senatori, molti dei quali decisamente ostili all'apertura:

"La decisione di isolare la Dc è una decisione di importanti partiti storici i quali hanno ritenuto non fosse possibile istituire una maggioranza nel senso tradizionale. Queste forze hanno visto emergere un altro polo di presenza nella vita politica italiana (il Pci) nei confronti del quale hanno in comune una certa tradizione laica, il desiderio di sperimentare qualcosa di nuovo".

Quindi Aldo Moro si spinge oltre dichiarando che

"Abbiamo quindi cercato di allacciare questa linea di contatti reciprocamente istruttivi sulla base non di un urto polemico quotidiano come era nella tradizione a suo tempo, ma sulla base di un certo spirito costruttivo nel ricercare in particolare se tra queste forze antitetiche e alternative della tradizione italiana vi potesse essere qualche punto di convergenza".

Moro non è De Gasperi

Per argomentare il nuovo corso politico nell'avvicinamento agli ex nemici del Pci Aldo Moro rilegge la storia della politica italiana dal dopoguerra:

" Vogliamo renderci conto di quanto sia diversa la realtà sociale da quando anni e anni fa De Gasperi raccomandava a noi deputati democristiani di essere sostenuti e un po' riservati nel nostro contatto in aula e nei corridoi di Montecitorio con i colleghi comunisti? C'è una diversità che si è determinata per la forza delle cose".

Quest'ultimo passaggio smentisce categoricamente una delle affermazioni dei carcerieri del leader democristiano divulgate con il comunicato n.1 che seguì di soli due giorni il rapimento del 16 marzo 1978, in cui le Br ritenevano Aldo Moro come un erede naturale della politica democristiana dell'egemonia centrista della Dc inaugurata da De Gasperi e spinta dagli Americani nel nome dello Stato Imperialista. Niente di più errato, alla luce dei contenuti del discorso del 28 febbraio.

Moro conclude il drammatico intervento dell'apertura al Pci ponendo l'accento sulla necessità di adattare gli equilibri politici italiani alla delicatissima situazione generata dagli effetti innescati dagli "anni di piombo" e sulle conseguenze che lo stato di emergenza e la crisi economica della metà del decennio avevano innescato, una miscela pronta ad esplodere contro le istituzioni democratiche. Venerdì 10 marzo 1978 veniva ucciso a Torino da un nucleo di brigasti guidati da Patrizio Peci il comandante del nucleo antiterrorismo della Polizia Giudiziaria Rosario Berardi, ultimo in ordine cronologico di una lunga lista di vittime del piombo brigatista.

Soltanto 15 giorni dopo il discorso del "compromesso storico" Aldo Moro si troverà rinchiuso nella "prigione del popolo" a rendere conto a chi pretendeva di processarlo in nome del "proletariato" di molti degli argomenti-chiave affrontati di fronte all'assemblea della Dc.

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Topografia del caso Moro. Da via Fani a via Caetani – La recensione

Il libro di Roberto Fagiolo ripercorre le tragiche e ancora misteriose vicende di quarant'anni fa attraverso i luoghi che ne furono l'ambientazione

Via Fani, 16 marzo 1978, il rapimento di Aldo Moro | video

Le auto della strage di via Fani 40 anni dopo - Foto

Dove sono e in che condizioni si trovano la Fiat 130, L'Alfetta e la 128 simbolo dell'attacco delle Brigate Rosse al cuore dello Stato

Rapimento Moro: 40 anni fa la strage di via Fani - Cronaca e foto

ll 16 marzo 1978 un commando delle Br rapiva il Presidente della Dc Aldo Moro uccidendo tutti gli uomini della scorta. Italia sotto shock

Caso Moro: Mattarella in Via Fani

Il rapimento di Aldo Moro in 5 libri

16 marzo 1978, i brigatisti rapiscono Aldo Moro in via Fani, uccidendone la scorta. Qualche titolo per ricordare

Sequestro Moro: tutti i comunicati delle Br nei 55 giorni di prigionia

L'analisi degli obiettivi e del linguaggio dei rapitori. Le lettere di Moro durante la drammatica trattativa tra le Br e lo Stato prima della tragica fine

Commenti