Cultura

Senza l'Infinito oggi vince l'angoscia

"Arriva il vento. E succede l infinito". Consigli all'amico Marcello Veneziani sulla poesia rivista al giorno d'oggi

Giacomo Leopardi

Davide Rondoni, scrive a Panorama

"Vedo che in un lungo articolo che Marcello Veneziani dedica a Leopardi, alcune righe sono riservate a un mio libro appena uscito da Fazi, "E come il vento. L'infinito lo strano bacio del poeta al mondo". Ringrazio per l'attenzione, anche se temo che il senso del mio libro sia sfuggito all'illustre lettore che pur dicendo che è un bel saggio poi liquida le mie 230 pagine dicendo che "si capisce che l'Infinito di Rondoni è l'amor di Dio tramite Gesù Cristo. Per Leopardi invece era meraviglia orrore brivido vuoto." Boh...Strano modo di leggere i libri. E anche le poesie.

Nel mio libro infatti, di quel che dice Veneziani circa il mio infinito (sicuro che sia così? o si va giù di schemi, cosa della cui pericolosità Veneziani dovrebbe pure saper qualcosa...) non si parla. Ovviamente i pensieri del lettore si vedono, ed è giusto così, ma non è quello che dice sbrigativamente il vostro giornalista e intellettuale. Il libro è un viaggio da poeta e lettore nel testo di Leopardi, nei riferimenti culturali e vitali e in quel che il testo dice. E che non ê l'Infinito che Veneziani  ascrive a Leopardi nel suo articolo, se non nella prima parte della poesia, dove infatti il cuore si "spaura". Mentre invece alla fine naufraga dolcemente. Che è cosa ben diversa. Dovrebbe interessare questo più che congetturare sulla mia idea di infinito. Perchè succede quell'evidente passaggio? Cosa succede in questa poesia che molti credono di conoscere e forse non leggono bene ?

Veneziani ha il merito di  mettercisi davanti ancora, con tutta la sua dolente, risentita umanità. Ed ê questo che va fatto. Guardando però che succede nella poesia:  "E come il vento..." Succede il vento tra le fronde...E che segno è? Che passaggio epocale e culturale va in scena in questa poesia magnetica ? Se l'infinito non esiste in natura e nemmeno come esperienza dell'io, perché dà segni, stormire di fronde, e segnali da "comparare" con ciò che non vediamo cosi da scoprire esperienze nuove come naufragi dolci in "questo mare" che non è più finzione ma spazio di conoscenza?

In queste settimane leggendo e discutendo ovunque di questo libro mi accorgo di quanto sia salutare in una società ormai ossessionata dal tema delle identità proporre come realtà sempre nuova l'infinito. La cosiddetta modernità ha lasciato sospesa la domanda che anche Leopardi alza alla luna: "e io che sono?". E ora si affanna a rispondere con mille possibili identità. Di identità tutti parlano, dai filosofi gender ai politici di schieramenti opposti fino ai promotori di generi musicali di band o star e dei giovani che le seguono in tribù opposte. E poi il risorgere potente delle identità di sangue, di stirpe, di curva etc. Identità strette e soffocanti e angoscianti: se tu sei quel che fai, se sei gli atti sessuali o di altro genere che compi, beh allora se fai un errore sei un errore.... A tutte queste giacche strette con cui vanno in giro tanti "io" pronti a risentirsi perché offesi nella loro identità dinanzi a qualsiasi riferimento critico pur solo verbale, con conseguente anestesia del linguaggio, si oppone, con la parola potente, danzante e mai impositiva della poesia, la dimensione dell'infinito come unica adeguata a identificare la mia umanità. Attenzione, opporre a identità strette e soffocanti delle identita "vaghe" e fondate solo moralisticamente, (siamo tutti uguali, tutti figli della terra o del cielo etc) non funziona perchè è semplicemente un'allargamengo e non una differenza sostanziale. È una differenza quantitativa non qualitativa, o se volete, fenomenologica e non ontologica. Quindi, nello sconcerto generale e babbeo, si rivela inefficace.

Invece L'uomo che si identifica in questo rapporto con l'infinito, con qualunque viso o con qualunque segno misterioso esso gli si comunichi, fonda la sua identità a un livello piu profondo, che gli permette di valutare con libertà le forme caratteristiche della nostra persona piu superficiali o secondarie e variabili e apprezzarne o contestarne valore e atti. E permette di sottrarsi alla logica del conflitto, inevitabile nello sclerotizzarsi delle identità. Il rapporto con l'infinito è l'unica dimensione che conserva all'io la sua intoccabilità, il suo valore e la libertà da ogni potere che vuole identificarlo in qualcosa, in qualche schema, lo libera dal potere micidiale di quel che pensano gli altri e dal pettegolame violento.

Oggi dinanzi alla angoscia che vige ovunque in una società di io identificati, profilati, pre-giudicati, misurati, burocratizzati, soffocati dal "dover-essere corretti" per non passare fuoriluogo, per non essere errori inqualificabili, ecco forse parlare dell'infinito, come hanno fatto sempre i "maledetti", i "segnati" e come solo la poesia può fare. E' anche un'azione civile, come stiamo facendo attraverso il libero sciame di iniziative Infinito200 con i ragazzi del Centro di poesia dell'Università di Bologna, la Fondazione Claudi e la rivista clanDestino. È come passare da bocca a bocca un bacio, un respiro". 

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