Cultura

«Queste cose, vedi, vengono dal medesimo cuore nel quale stai tu». Un raccontino nauseante dall’insonnia di K

Estate e autunno del 1912. Franz si sveglia verso le 7, dalle 8 alle 2 o 2.20 è in ufficio all’Istituto di Assicurazione contro gli Infortuni dei Lavoratori, fino alle 3 o 3.30 fa colazione (poche cose: yogurt, frutta, …Leggi tutto

Estate e autunno del 1912. Franz si sveglia verso le 7, dalle 8 alle 2 o 2.20 è in ufficio all’Istituto di Assicurazione contro gli Infortuni dei Lavoratori, fino alle 3 o 3.30 fa colazione (poche cose: yogurt, frutta, noci), poi va a dormire («per lo più solo tentativi»: è quasi un mese che vede solo montenegrini nei loro abiti complicati, «con una chiarezza da mal di testa») fino alle 7.30, poi fa 10 minuti di ginnastica, nudo, con la finestra aperta (dorme anche con la finestra aperta, anche d’inverno), poi fa un’ora di passeggiata, generalmente solo, a volte con Max, poi cena con la famiglia (tiene la forchetta, per così dire, «con la mano sinistra»), poi alle 10.30, ma a volte anche 11.30, si mette a scrivere, e continua secondo «l’energia, la voglia o la fortuna» fino all’1, alle 2, alle 3, a volte perfino alle 6, poi fa ancora un po’ di ginnastica, si lava e si mette a letto, «per lo più con leggeri dolori al cuore e con sussulti ai muscoli dell’addome». Seguono «tutti i tentativi possibili» per addormentarsi, «per raggiungere cioè l’impossibile».

Il Diario, alla data del 1 giugno, riporta la frase: «Non ho scritto niente». Il 7 «Oggi non ho scritto niente. Domani non ho tempo». Il 9 luglio «Quanto tempo non scrivo!». Il 10 agosto «Niente, niente». L’11 «Niente, niente». il 16 «Niente, né in ufficio né a casa».

Nella notte tra il 22 e il 23 settembre, «dalle 10 di sera alle sei del mattino, in un fiato» ha scritto La condanna. Poi Il disperso (cioè America). Infine, tra mille tormenti, ha iniziato un altro «raccontino».

Il 13 agosto aveva conosciuto Felice Bauer a casa di Max. A lei ne scrive

 

23.XI.12

Dio mio, cara, quanto ti amo! È notte, molto tardi, ho messo via il mio raccontino al quale veramente non ho più lavorato da due sere; nel silenzio comincia ad aumentare e a diventare un racconto lungo. Dartelo da leggere? come faccio? anche se l’avessi già terminato. Scritto così è quasi illeggibile e se anche questo non fosse un ostacolo, poiché finora non ti ho certo viziata con la bella scrittura, non vorrei mandarti nulla da leggere. Voglio leggerti io, sì, sarebbe bello leggerti questo racconto ed essere intanto costretto a tenerti una mano, perché la storia è un po’ paurosa. È intitolata Metamorfosi, ti incuterebbe molta paura, e forse ne faresti a meno, poiché paura ti devo fare purtroppo ogni giorno con le mie lettere. Direi, cara, di incominciare con questa migliore carta da lettera una vita migliore. Mi sono colto a guardare diritto verso l’alto, mentre scrivevo il periodo precedente, come se tu fossi là in alto. Vorrei che tu non fossi in alto, come è purtroppo la realtà, ma qui in basso, presso di me. Ora sono troppo triste e forse non avrei dovuto scriverti. Ma oggi anche al protagonista del mio raccontino è andata troppo male, eppure è soltanto l’ultimo gradino della sua disgrazia che ora non avrà più fine. Come vuoi che sia allegro?

 

Cominciata nella notte tra il 23 e il 24 nov. 1912

Cara, che racconto eccezionalmente ripugnante è mai quello che metto di nuovo da parte per riavermi pensando a te! Ora è già arrivato un pezzo oltre la metà e io in complesso non ne sono soddisfatto, è nauseante oltre ogni limite, e queste cose, vedi, vengono dal medesimo cuore nel quale stai tu, quello in cui tolleri di soggiornare. Non esserne rattristata perché, si sa, quanto più vivo e quanto più mi libero, tanto più divento forse puro e degno di te, ma certo ci sono in me ancora molte cose da eliminare e le notti non possono essere lunghe abbastanza per questo lavoro che d’altronde è estremamente voluttuoso.

 

Notte tra domenica 24 e lunedì 25 nov. 1912

Ora, cara, devo mettere da parte il mio piccolo racconto, al quale oggi ho lavorato quanto ieri, e lasciarlo riposare uno o magari due giorni per quel maledetto viaggio a Kratzau. Mi dispiace molto, anche se, come spero, non avrà troppo gravi conseguenze per il racconto che richiederà ancora 3-4 sere. Quando dico conseguenze troppo gravi, intendo che il racconto ha subìto purtroppo abbastanza danni a causa del mio modo di lavorare. Un racconto così andrebbe scritto, con al massimo una interruzione, in due volte 10 ore, allora avrebbe quell’andamento naturale e quell’impeto che aveva domenica scorsa nella mia mente. Io non dispongo di due volte 10 ore; allora bisogna cercare di fare il meglio possibile, dato che il meglio mi è negato. Peccato però, un vero peccato che non te lo possa leggere, per esempio la domenica mattina. Non nel pomeriggio perché non ho tempo, devo scrivere lettere per te.

D’altronde non so affatto se io sia in grado di scrivere qualcosa che possa fare buona figura nel mondo.

Franz

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