Cultura

Nella mente di un terrorista

Luigi Zoia, psichiatra Junghiano, ci guida dentro la mente dei terroristi per comprendere le ragioni che li spingono a gesti estremi

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Luca Sciortino

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La mente del terrorista è una stanza piena di fantasmi. Con le chiavi della psicanalisi la porta si apre e gli spettri rivelano il loro vero volto. Hanno le sembianze di istinti primordiali e paure ataviche, talvolta di disturbi mentali collettivi, radicati nelle società del nostro tempo. Questo è un giro dentro quella stanza in compagnia di Luigi Zoja, autorità internazionale nel campo della psicoanalisi junghiana, che ha analizzato la mente dei terroristi jihadisti in diverse pubblicazioni (tra le quali il “Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre" per Bollati Boringhieri e "Nella mente di un terrorista” per Einaudi con il giornalista e carabiniere Omar Bellicini).

A indicarci la strada in questa esplorazione sono gli elementi comuni nelle vite e nelle personalità degli autori dei recenti attentati. Eccone alcuni:«Spesso i terroristi hanno un padre umiliato, non carismatico, moderato nella fede religiosa o frustrato» esordisce Zoja «sono disoccupati o lavoratori precari, frequentatori assidui di social, condannati per vari reati minori e, infine, sono giovanissimi, cresciuti in Occidente in famiglie venute dal Medio Oriente». Come autori di stragi, hanno collaborato con uno o più fratelli, basti pensare a Said e Cherif Kouachi colpevoli dei delitti nella sede di Charlie Hebdo il 7 gennaio del 2015, a Salah e Brahim Abdeslam coinvolti negli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, a Driss e Moussa Oukabir, parte attiva nell'attacco al cuore di Barcellona del 17 agosto 2017. E basti ricordare, infine, che dopo l'ultimo attentato di Strasburgo da parte del killer di origine marocchina Chérif Chekatt, sono stati fermati dalla polizia francese con il sospetto di complicità anche due suoi fratelli.

L'assenza di una figura paterna, un ruolo che anche una madre potrebbe ricoprire, ha enormi implicazioni nella vita di un individuo. « Bisogna pensare alla paternità come a una guida spirituale che detta le regole della vita e stabilisce i limiti delle proprie azioni » afferma Zoja. La psicanalisi junghiana la definisce come un archetipo psicologico, ovvero una sorta di immagine primordiale e universale dell'inconscio. Oggi il ruolo di proibizione e autorità della famiglia si è indebolito, tanto che quando un ragazzo non va bene a scuola, non viene rimproverato il figlio ma l'insegnante. «Se manca una guida spirituale o una figura paterna, la mente umana necessita di un fantasma, un simulacro che la sostituisce. In psicologia come in fisica il vuoto deve essere sempre colmato. Nella mente del terrorista è il capo di un'organizzazione jidahista a riempire il posto rimasto vacante dalla scomparsa di punti di riferimento» conclude Zoja.

Ecco anche spiegata la complicità di uno o più familiari nell'organizzazione delle stragii: in mancanza di figure paterne, si rafforza il legame con i fratelli. Questi ultimi, trovandosi nella stessa condizione di smarrimento, amplificano il desiderio inconscio di cercare altrove un sostituto dell'archetipo della paternità. La cesura tra padri e figli è netta perché i giovani hanno adottato i costumi degli europei che i padri rifiutano, per esempio nell'uso di alcolici e nel rapporto con il sesso. La mancanza di un lavoro stabile in cui identificarsi e con il quale mettere alla prova se stessi facilita poi il lavoro delle organizzazioni terroristiche che cercano adepti su Internet. «Il fondamentalismo islamico incarna alla perfezione la nostalgia nei confronti di una società patriarcale. Come si vede nelle biografie di molti attentatori, la figura di riferimento non è però tanto un padre forte e protettivo ma un maschio aggressivo e prevaricatore» continua Zoja «Questi si ammanta del ruolo di guida spirituale, forte delle verità rivelate dell'Islam, interpretate fanaticamente dal terrorista come fossero regole rigide e ferree, proprio quelle regole che il suo subconscio sta cercando». La giovane età degli attentatori gioca anch'essa un ruolo cruciale perché a quell'età la psiche è più fragile alla propaganda.

Questi fantasmi mentali non bastano di per sé a spiegare il gesto folle di mettere a repentaglio la propria vita compiendo una strage. Cosa c'è di più anti-istintivo di guidare un'aereo contro una torre come fecero i terroristi dell'11 settembre 2001? Ci riesce impossibile concepire un tale gesto mettendoci nei panni di un terrorista. La psicanalisi lo spiega chiamando in causa altri istinti primordiali che si contrappongono a quello di conservazione. Uno di questi è l'anelito a recuperare una dimensione epica, a compiere azioni che, sfidando la morte, riscattano i terroristi dalla condizione di inferiorità in cui sentono di essere.

«Questi giovani hanno alle spalle la frustrazione di famiglie che si arrabattano a vivere lontane da Paesi dalle storie travagliate e ferite dal colonialismo» ricorda Zoja «La maggior parte delle civiltà del passato si affidava a riti di passaggio che accompagnavano i giovani verso la maturità. Per esempio la funzione di cacciatore consentiva di sfogare l'aggressività individuale nobilitandola come un'attività socialmente utile. Ora che l'identità maschile ha confini più labili e il modello paterno tradizionale è venuto meno, la mente di molti giovani si trova in uno stato di smarrimento. Un gesto eroico come quello di andare incontro alla propria morte diventa quindi un istinto irresistibile». E' l'istinto del “cupio dissolvi” di cui parlava anche Freud, che in certe circostanze può avere il sopravvento perfino sull'istinto di autoconservazione.

I gruppi terroristici come l'Isis conoscono con esattezza questi istinti tanto da veicolare i loro messaggi manipolatori attraverso video di eroi delle guerre stellari o delle lotte di religione. Raggiungono menti prive di senso critico, l'antidoto più potente contro gli istinti e fanatismi, forse il regalo più grande che un giovane possa mai ricevere.

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