Edoardo Frittoli

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Quando il sogno di milioni di italiane divenne realtà, il Nord del Paese era ancora sotto l'occupazione nazifascista, e le amministrazioni locali dell'Italia libera sotto gli alleati dell'Amgot.

Il Decreto che stabiliva il diritto di voto alle donne era stato emanato nel gennaio del 1945 dal governo Bonomi, scritto da Togliatti e De Gasperi. Le lotte iniziate quasi un secolo prima e portate avanti da figure come Anna Maria Mozzoni prima e Anna Kuliscioff poi, prendeva forma dall'Italia in macerie. Come la Grande Guerra aveva alimentato il peso del ruolo femminile nella vita politica ed economica italiana, nel 1945 le donne erano ancora più motivate nel richiedere la parità di diritti, vista anche la loro partecipazione al movimento resistenziale. L'ultimo ritocco al decreto avvenne appena prima delle amministrative del marzo 1946, ed include il cosiddetto "elettorato passivo", ossia la possibilità delle donne di essere elette. 

Proprio dalle elezioni comunali si ripartiva. A 20 anni esatti dalle leggi Acerbo del 1926 che avevano istituito la figura del podestà di nomina governativa, si votava in oltre 5.000 comuni italiani. L'affluenza nel periodo marzo-aprile fu alta e le donne superarono gli uomini alle urne. Le votanti, dai 21 anni in su, furono oltre 8 milioni. Le uniche escluse: le prostitute schedate, ossia quelle sorprese ad esercitare al di fuori delle case di tolleranza. 

Dalla prima tornata elettorale del secondo dopoguerra uscirono anche le prime donne elette nelle amministrazioni locali (Gigliola Valandro , Vittoria Marzolo Scimemi, Jolanda Baldassari (Democrazia Cristiana) e Liliana Vasumini Flamigni (PCI).

Un consiglio "estetico" (e pratico) alle donne chiamate alle urne venne nei giorni precedenti le prime elezioni dalle pagine del Corriere della Sera. L'articolo consigliava alle signore votanti di non mettere il rossetto, per non lasciare un segno distintivo nell'atto di chiusura della scheda, allora sigillata con la colla.

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