Cultura

I manager in declino sul Viagra del tramonto

Tra presente, passato, femminismo e machismo una riflessione di Giuliano Ferrara sulla tragedia moderna ai tempi del #MeToo

Les Moonves

Giuliano Ferrara

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Il mondo è sufficientemente pazzo per consentirsi il licenziamento di Les Moonves, capo della Cbs, il principale broadcaster americano, 68 anni, incappato nella solita inchiesta killer di Ronan Farrow, del New Yorker, giustiziere di Harvey Weinstein premiato con il Pulitzer un anno fa, e stroncato alfine per avere fatto il gallo con numerose donne che com'è d'uso oggi trasformano testimonianze in accuse collettive devastanti, salvo effetti boomerang come nel caso di Asia Argento.

Bene. Nella Controvita lo scrittore eletto a profeta della contemporaneità, Philip Roth, raccontava che cosa succede, e sono scene d'ambiente manhattanita a pochi isolati da dove il manager della Cbs ha lavorato e agito fino a ieri, quando non c'è più l'erezione, quando per un motivo qualsiasi non si scopa più né la moglie né la segretaria giovanissima, un'apocalisse.

Tra feticismi, panzane che il maschio si racconta, il senso di colpa femminile addirittura, ecco che si scatena la tragedia moderna e forse classica e vanno in pezzi lavoro, identità, famiglia, rapporti con i figli, relazioni parentali e amicali, tutto è rovesciato e distorto, l'erezione mancata è la vita che si dissolve, la legge e la trasgressione insieme che se ne vanno a farsi letteralmente fottere, un teatro dell'assurdo di un'epoca che precede il Viagra, per esempio, o l'accessibilità universale della pornografia nella rete.

La chiave letteraria dice molto, fin dai tempi di Lolita, della condizione del maschio occidentale, ma qui più che letteratura è letteralismo: se l'urgenza di una fellatio in ufficio o in albergo, di cui si può capire il carattere carnalmente piacevole, sopravanza di gran lunga l'interesse di una carriera mirabile, invidiata, ammirata, adulata, ben pagata, piena di allegre soddisfazioni mondane e forse anche dotata di un senso sociale, qualcosa vorrà pur dire.

Il mondo è sufficientemente saggio per accettare come una benedizione che il 54enne imprenditore e manager di Alibaba, Jack Ma, l'uomo più ricco della ricchissima oligarchia capitalistica cinese, prenda la decisione smisurata, asiatica, orientale, di mollare, perché "vuole morire su una spiaggia e non in ufficio", è interessato al piacere del tramonto, al godimento del riposo filantropico, all'onda che si risciacqua nella battigia, più che alle ossessioni del potere, che sono il risvolto evidente delle follie pansessuali dei big di Hollywood e del sistema della comunicazione.

Intanto Elon Musk, che non siè mai capito quanto sia un gioco e quanto una parabola imprenditoriale carismatica e mattoide, forse le due cose insieme, brucia valore in Borsa per dare interviste sul suo stress personale, e si presenta con una boccia di whisky e canne di marijuana in uno studio radiofonico: non pervenute le conseguenze finali, che attendono in un clima di resa senza condizione del produttivismo avventuroso, letteralmente marziano o lunare, del geniaccio dell'industria tecnologica con ambizioni spaziali.

Si sente come nei casi Weinstein e Moonves, l'irruzione desiderante da paradiso più o meno artificiale e carnale, ma con un'eco che viene dalla resa precoce alla bellezza del tempo perduto, dissipato, intriso dei piaceri dell'ozio, come in Ma.

Inutile ripetere che i processi sommari, l'equiparazione di testimonianze e inchieste pruriginose a capi d'accusa giacobini, e tutto il resto del #MeToo, sono sgradevoli parecchio e parecchio irritanti, o allarmanti, ed è anche inutile confermare che la soggezione femminile, dalle spennatrici di pollo del Kentucky alle donne di glamour di successo che accettano uno stile inveterato e poi ci ripensano e colpiscono duro, be', tutto questo ha un significato, nasce da una situazione critica inaccettabile per i criteri di un radicalismo femminista che ha conquistato senza troppo parere il mondo,e come tale si giustifica.

Meglio accorgersi che i manager, una volta considerati leader della crescita globale, re di denari insindacabili, profeti dello sviluppo tecnologico, di un nuovo linguaggio del potere che sopravanza di gran lunga la tradizionale leadership della politica, dello Stato, della burocrazia, sono in crisi come gli odontoiatri e i burattinai di Roth, come l'ebreo newyorkese più comune diventato metafora della più comune umanità in tempi di libertà squadernata nell'irresponsabilità.

Chissà che vorrà dire, in tempi di liquidità sociale, in situazioni limite che alludono alla disintegrazione orizzontale di società senza autorità, senza famiglia, senza cardini.

In politica vanno alla grande leader che praticano la forza di un machismo bullo a larga presa popolare, gli strongmen, e cade quasi ogni giorno un bastione di vecchia gentilezza di Stato, quella delle cosiddette élite, soggetti deboli e femminilizzati nel vecchio senso pre #MeToo, mentre s'avanza il grande stupro nazional-populista della vecchia cultura sociale.

E i manager degli anni Ottanta e Novanta cadono come birilli in preda a erezioni che sono performance mancate, atti mancati, mancanze di qualcosa che ancora non si capisce bene, detto senza ironia e con tutta la considerazione per il conflitto maschio-femmina, così essenziale al piacere reciproco, e per la sua logica di destino in tutta la mitografia e in tutta la storia occidentale.

(Questo articolo è stato pubblicato sul numero di Panorama in edicola il 13 settembre 2018)

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