Il ‘Viaggio in Africa’ di Giorgio Manganelli - La recensione

Al seguito di una spedizione imprenditoriale, il leggendario scrittore smascherò il vizio occidentale di immaginare l’Africa come una minaccia. O come una cartolina

Viaggio in Africa

Viaggio in Africa, particolare della copertina – Credits: Maschera antropomorfa, scuola africana © Musèe du quai Branly - Jacques Chirac / Patrick Gries / Bruno Descoings / Rmn / Alinari

Michele Lauro

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Tornati dalle vacanze o magari da un viaggio nel sud del mondo, è una gioia arrendersi al cortocircuito spazio-temporale offerto dal Viaggio in Africa, il breve reportage che nel 1970 Giorgio Manganelli stilò per conto di Bonifica, multinazionale impegnata a progettare un’autostrada costiera dal Cairo a Dar es Salaam (Tanzania). Lo scrittore era stato invitato in sopralluogo assieme a un piccolo gruppo di esperti. Avrebbe dovuto essere il cantore di un’impresa “postcoloniale”, capace di rendere vendibile alle agenzie turistiche un Oriente africano in gran parte ancora isolato. Non andò così. Naufragato l’ambizioso progetto, anche il resoconto di quell'avventura è rimasto inedito fino a oggi, piccola perla segreta nell’oceano della bibliografia manganelliana.

Da scrittore antropologo a esotico viaggiatore

L’Ur-viaggio africano, come lo chiama nella postfazione la curatrice Viola Papetti, fu la scintilla che trasbordò Manganelli dalla “umile condizione di scrittore sempre in poltrona” a quella di viaggiatore riluttante, cioè di scrittore in cammino per il mondo. Dall’estremo nord di Isola pianeta e altri settentrioni fino alle latitudini della Cina e altri Orienti, passando per l’archetipale Esperimento con l’India, negli anni Settanta e Ottanta avrebbe cibato la sua curiosità con una miriade di viaggi sapienziali, allenando le antenne a captare suoni odori vibrazioni e connessioni. Che restituì poi sulla carta mettendo al servizio della sua prosa torrenziale pensieri spesso scomodi, confrontando ogni altrove con il modello occidentale, il suo cannibalismo cultural-commerciale, l'eterna tentazione neocolonialista.

Certo che non poteva funzionare. Il reportage africano di Giorgio Manganelli è innanzitutto la confessione del disagio che si prova di fronte all’“invenzione dell’Africa”. Il senso di colpa del viaggiatore europeo, intossicato dall’immaginario foto-cinematografico (albe, tramonti e predatori sullo sfondo della savana, insetti e paludi scenografiche, radi villaggi popolati da uomini scalzi), vittima di quell’approccio distaccato tipico dello spettatore mobile su una scena, provvisto di “una grande superiorità etica e un brivido di rassicurata lontananza”. Mette più di un brivido leggere queste parole a cinquant’anni di distanza. Alla vergogna del turista prigioniero dei cliché - una sensazione esplosa con gli instagrammers - si somma oggi la barbara rassicurazione offerta dalla politica dei respingimenti, dalla chiusura dei porti. Tripoli brucia, lasciamola bruciare.

Visioni da un pianeta accidentalmente umano

Diversamente dall’Oriente, che lo scrittore abbracciò come la parte mancante del nostro grande ombelico (fisico e simbolico), l’Africa preistorica gli sembrò più simile a una “rissa geologica senza vita”. Eppure a quel “pachiderma planetario” Manganelli dedica pennellate di affettuosa purezza. Soprattutto alla natura grandiosa, gli spazi siderali, i grandi mammiferi cioè i suoi veri monumenti. Ai luoghi che ancora odorano di creazione come gli aridi altipiani, la sagoma del Nilo nella pianura bella come un ideogramma, il cratere del Ngorongoro, capolavoro iconico così angosciosamente africano. E ancora le gemme di una civiltà arcaica che pure è figlia di quello stesso Mediterraneo a cui siamo affacciati: Axum, simbolo della cristianizzazione etiopica, Lalibela con il suo incredibile sistema di chiese, sogno sincretico di un “doppio” della Gerusalemme celeste.

E per finire l’Africa inurbata, la più faticosa e reietta. Come sempre nei racconti del Manganelli viaggiatore le città sono terreno di uno scontro epico-linguistico fra amarezza e ironia. Ecco Addis Abeba, i viali enormi per macchine che non ci sono, gli onnipresenti lustrascarpe per un popolo che non porta le scarpe, eucalipti e lamiere, Hilton e capanne, le donne ironiche che sulla porta di casa vendono un pugno di miglio e tre patate. All’altro capo della Rift Valley Nairobi, un “tuorlo di edifici bassi e candidi, circondato da un rado albume di capanne”, ghetto asettico attorno a cui si allarga la piaga dei depositi umani. E ancora più a sud, davanti a Zanzibar la più dignitosa, ma quasi finta, inesatta, Dar Es Salaam.

Guardando avanti con cinismo almeno pari alla lungimiranza, Giorgio Manganelli considerava il futuro del continente gravido di minacce. La speranza offerta agli africani dall’immagine del mondo occidentale era, secondo lui, una seduzione ambigua e rischiosa: “Chi può misurare quanto sia fonda e irreparabile la ferita simbolica che a questa vita viene dal passaggio di un aereo, o dal contatto con il metallo di una macchina?” Le magnifiche sorti e progressive - la multinazionale di Internet unita alle guerre, alla siccità, alla sete, alle migrazioni e all'indifferenza del resto del mondo - hanno confermato i suoi timori. Ma saranno per sempre africane le immagini che custodiamo nel nostro inconscio come un originario archetipo vitale.

Giorgio Manganelli
Viaggio in Africa
Adelphi
71 pp., 7 euro

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