Urbano Rattazzi, Il fronte russo fra signori e Agnelli

La guerra, ma anche l’eleganza e l’ironia nelle lettere di Urbano Rattazzi. Un libro le raccoglie grazie alla scoperta della figlia Delfina. Che qui mescola i ricordi del padre con i suoi

10 aprile 1942, Urbano Rattazzi (in primo piano, con accanto Gianni Agnelli) spedisce una lettera alla famiglia e scrive: "Unisco foto di 'guerrieri a riposo'" – Credits: Dall'archivio privato di Delfina Rattazzi

Lucia Scajola

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Sul tavolo da pranzo della sua fascinosa casa milanese sono ancora tutte in vista, ordinatamente disposte fra i documenti e le fotografie sbiadite di una grande famiglia. Stanno lì, scritte a matita su una carta ingiallita che lei, Delfina Rattazzi, sfiora con cura.

Dietro la soddisfazione di chi sente di avere scovato un piccolo pezzo di storia si intravede anche la gioia di una figlia che ha ritrovato, tardi, tracce di un racconto che il padre non le ha mai voluto fare. Sono le lettere dal fronte russo che l’allora giovane ufficiale Urbano Rattazzi spedì alla famiglia durante l’inverno del 1941-42, quando fra i tanti orrori ebbe anche la gioia di trovare un amico: Gianni Agnelli, di cui poi sposò la sorella Susanna che gli ha dato cinque figli, fra i quali Delfina. Testimonianza diretta della più disastrosa missione militare della storia contemporanea (l’Italia perse, in totale, 74.800 uomini), i manoscritti sono diventati un volume, Dal fronte russo 1941-1942, (Melangolo edizioni) appena presentato a Milano.

Come è nato questo libro?

Alle fine del 2012, dopo la morte di mio padre, mi stavo occupando di alcuni dettagli dell’eredità e fra le scartoffie affidatemi da Fanny, la sua seconda moglie, mi sono ritrovata queste lettere, custodite nella busta di una pellicceria milanese. Ho pensato che a qualcuno potessero interessare, visto che i sopravvissuti a quel fallimento non hanno mai amato parlarne.

«Mother, fammi un favore. Va’ da Ghiardo e “fissa” per una gabardine fina (…) e anche per un lino bleu scuro (…). Ricapitolando: una gabardine e un lino o in mancanza di quest’ultimo un grigetto a puntini». È uno dei tanti passaggi frivoli contenuti nelle lettere. Non sembra che il giovane Rattazzi se la passasse così male.

Ve ne sono altri, pochi, in cui si legge la disperazione che confessava preferibilmente a suo padre. Credo che vanità e ironia fossero una difesa per mantenere la sanità mentale. Cercava di attaccarsi al concreto e al futuro per non impazzire. A salvarlo fu l’epatite, grazie alla quale venne rimpatriato.

Che cosa unì Urbano Rattazzi e Gianni Agnelli?

In guerra, insieme, si sono anche divertiti: è successo che affittassero delle isba (case tipiche russe, ndr) per fare feste a base di vodka, oppure la sauna. Erano molto simili, molto eleganti, gentili con tutti e ironici. Anche se mio padre non aveva quel cinismo, tipico dei fratelli Agnelli.

Che cosa intende?

Senza un padre (Edoardo Agnelli morì giovane, ndr) e con una madre così fantasiosa (Virginia Bourbon del Monte, ndr) erano cresciuti «bradi». La loro difesa era l’ironia, feroce soprattutto con i figli, anche se zio Gianni è cambiato dopo la morte di mio cugino Edoardo.

Dopo l’8 settembre, suo padre aderì alla X Mas di Junio Valerio Borghese, fedele a Benito Mussolini fino alla fine; eppure sua madre Susanna, in «Vestivamo alla marinara», racconta il suo stupore nello scoprire che «Urbano stava da quella parte».

Credo che mio padre fosse essenzialmente monarchico, fedele al re, non a Mussolini. Come zio Gianni, che nella sua camera di Villa Frescot, fino alla morte, ha tenuto due foto: sua madre con un leopardo al guinzaglio, sulla tomba dei Savoia, e re Umberto.

L’istitutrice ha cresciuto sua madre secondo la regola: «Non dimenticare che sei un’Agnelli». Che cosa c’è di Agnelli in lei?

Uno spicchio che è più che altro negli occhi degli altri. A ogni modo, significa provare il senso di appartenenza a una grande realtà familiare e aziendale: un gruppo che ha saputo andare avanti compatto, malgrado tutto. Anche per questo è arrivato fino qui.

Hanno scritto che lei, giornalista e scrittrice, è la più intelligente delle figlie di Susanna Agnelli, quindi la più problematica: è vero?

L’intelligenza è un concetto relativo, posso dire di aver vissuto molto con i libri. Quanto ai problemi, può darsi che sia andata a sbattere qualche volta, ma ho sempre avuto chiara la tendenza all’autoprotezione, anche in anni in cui molti si sono autodistrutti.

Ha detto: «Crescendo tra i privilegiati ho imparato che spesso il privilegio può essere il lasciapassare per l’autodistruzione».

Ci vuole carattere anche per gestire i sensi di colpa costanti, le attenzioni, le invidie.

Nelle lettere ci sono frasi come «nauseantemente piccolo borghese» o «evviva i signori e l’aristocrazia». Si ritrova in quel classismo?

I Rattazzi erano aristocratici da poco e persino suo padre lo derideva per quelle arie. L’accanimento contro la borghesia, invece, era di matrice fascista. Oggi la mia ammirazione va verso chi lavora, in silenzio, e per tutti, senza chiedere di diventare famoso.

Suo padre discende da un presidente del Consiglio, sua madre è stata ministro, il suo ex marito, Carlo Scognamiglio, presidente del Senato. Le interessa la politica?

La politica è come il calcio: in questo Paese non puoi non interessartene. Ho votato anche alle primarie del Pd: Matteo Renzi.

Su un «Panorama» del 1993 è scritto che lei si diede molto da fare per aprire a Umberto Bossi i salotti bene di Milano.

"Panorama" mi fece veramente male con quel trafiletto. A Milano era chiaro che la Lega, con Marco Formentini, avrebbe vinto. Carlo Fontana e Philippe Daverio mi chiesero di aiutarli a incontrarlo per parlare di preoccupazioni in merito al futuro della Scala. Organizzai l’appuntamento e si presentò anche Umberto Bossi.

Igor Man scrisse che Gianni Agnelli era buono, mentre Susanna sapeva esserlo.

Zio Gianni era più leale, capace di grandi generosità nascoste. Mia madre era più umorale, certe volte avevi l’impressione che per lei le persone fossero più che altro un divertimento. Amava visceralmente l’intrigo politico romano.

E suo padre?

Era un uomo molto colto e interiore. Leggeva la Gazzetta dello sport ed era privo di qualunque vanità sociale. Non gli veniva in mente di salvare il mondo ogni mattina, come a mia madre, ma c’era davvero.

Il più bel ricordo che ha di lui?

Era il 1961 ed eravamo in Argentina, dove si era rifugiato dopo la fine della guerra, visti i trascorsi con la X Mas. Zio Umberto lo chiamò per andare a comprare, per la Juventus, Omar Sivori, il suo idolo. Era felice.

E di sua madre?

Quando, molti anni dopo la fine del loro matrimonio, mi regalò il suo rubino di fidanzamento. Le dissi che mio padre si sarebbe risposato. Benché lo avesse tenuto al dito fino a quel giorno, se lo tolse e lo diede a me.

Lei è anche madre, di Filippo e Thea. Che cosa ha insegnato loro?

Spero di aver lasciato loro almeno la curiosità verso il mondo. Da Charles Darwin e dalla vita, ho imparato che vince chi non ha paura del cambiamento e si sa adattare.  

Urbano Rattazzi
Dal fronte russo 1941-1942
Il Melangolo

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