Una vita di Leonard Cohen, la biografia di Ira B. Nadel

Musicista e poeta, intellettuale bohèmien, seduttore, aspirante maestro zen: torna sugli scaffali il libro che ricostruisce le facce del prisma Cohen

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Una vita di Leonard Cohen, particolare della foto di copertina

Michele Lauro

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Apparsa in Italia per la prima volta nel 2011 nella traduzione di Antonio Vivaldi, che firma anche la postfazione, viene ripubblicata la prestigiosa biografia di Leonard Cohen - morto oggi a 82 anni -  curata da Ira Bruce Nadel, professore di lingua e letteratura inglese alla University of British Columbia.

Per scandagliare Una vita di Leonard Cohen l'autore ha avuto accesso all'archivio di famiglia e a documenti privati, vincendo la proverbiale ritrosia dell'artista fino a fargli ammettere: "In questo libro ci sono dei momenti incantevoli che avevo dimenticato". Vale la pena ripercorrerli, alcuni di quei momenti, per decifrare l'enigma Leonard Cohen lasciandoci cullare della colonna sonora-testamento che ci ha appena lasciato.

"Come un uccello sul filo, come un ubriaco in un coro di mezzanotte, ho cercato a modo mio di essere libero". Nei versi di Bird On The Wire (da Songs From A Room, 1969) risiede il manifesto umanistico di questo cantore del nostro tempo capace di attraversare con spirito indipendente oltre mezzo secolo di storia, distillando note e pensieri incapaci di invecchiare. Fino all'ultimo coraggioso faccia a faccia con il mistero dell'aldilà ("Sono pronto, mio signore", sussurra in You want it darker), Cohen ha vissuto diverse vite con la sensibilità del poeta, l'essere infelice dalle cui labbra - dice Kierkegaard in Aut-aut - "quando i sospiri e le lacrime ne sfuggono, suonano come una bella musica".

Scrittore fino a 33 anni, non riuscendo a "garantirsi una vita decente, forse neanche indecente" Cohen decide di fare il cantastorie. Suzanne, prima canzone del suo primo album, lo consacra nell'Olimpo dei grandi. Ma è solo con le Canzoni in una stanza del secondo disco che il suo carisma sboccia, su quel timbro intimista e pudicamente irrequieto che gli anni e il tabacco avrebbero poi reso roco e inconfondibile. Dopo il tradizionale apprendistato adolescenziale in famiglia, una normale famiglia borghese di radici ebraiche, alla fine dei Sessanta l'approdo al rock e al successo coincide con il periodo bohémien: droghe, belle donne, vita sfrenata.

Ma come spiega Nadel, fin dalla giovinezza Cohen si sente attratto dalla "stanza vuota" non appena la sua vita diventa troppo caotica e affollata. Così il menestrello dell'amore (l'amore assoluto e disperato, l'amore vano e inafferrabile, l'amore come struggimento e sacrificio) comincia ben presto a indagare il mistero dell'uomo e del suo vivere sulla Terra, riallacciandosi alle sottigliezze teologiche dell'ebraismo, e a denunciare la violenza e le ingiustizie di un mondo in subbuglio: "Più le cose volgono al peggio più io sento di dover prendere la mia chitarra e intonare Story of Isaac", diceva anni fa. La storia è sempre la stessa, ci lascia detto oggi: "C'è una ninna nanna per chi soffre / E un paradosso a cui dare la colpa".

Dall'inquieto underground newyorkese alla quiete agreste del Tennessee e infine, molti anni dopo, al monastero di Mount Baldy sui monti dell'Ontario. Se ogni volta che ha raggiunto la bellezza il poeta le è sfuggito, sentendosene intrappolato, le sue peregrinazioni hanno trovato approdo presso il monastero zen di Joshu Sasaki Roshi. Lì Cohen si ferma, attratto dalla disciplina e dall'impermanenza, chiudendo il cerchio di una ricerca spirituale iniziata con l'ebraismo e durata tutta la vita. "L'uomo zen non si lega a nulla", perché tutto è transizione e l'unico assoluto è il cambiamento. In realtà rimarrà molto legato al suo maestro, assistendolo fino alla morte.

Stemperata la vena provocatoria e un certo intellettualismo degli inizi, dismessa l'anima straziata del poeta infelice, accettata la depressione come ancella della vecchiaia, superati anche i guai finanziari, Leonard Cohen è rimasto fino all'ultimo un esempio di rettitudine morale sullo sfondo di un'arte sublime ("un ambo che esce su pochissime ruote", sottolinea Antonio Vivaldi). Nel 2016 l'album lasciato in eredità ai posteri, proprio come David Bowie qualche mese prima, ne ha suggellato la fama di artista capace di fermare il tempo, travasando in musica perfino le impressioni dell'ultimo respiro. 

Ma soprattutto Cohen ha sfidato le ingiurie del tempo con l'ironia di un maestro pacato e fermo nel rifiutare il dualismo fra il bene e il male, la trappola in cui affonda il peccato originale. Un maestro capace sempre di spiazzare. "Preferisci fare l'amore o fare il poeta?" gli chiese qualche anno fa un giornalista, stuzzicandone la doppia anima di intellettuale viveur. La risposta, lapidaria come un haiku: "Dipende dalla ragazza".

Ira B. Nadel
Una vita di Leonard Cohen
Giunti
320 pp, 20 euro

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