Per favore, non ditemi che Tolkien è una fuga dalla realtà

Al contrario, la esalta: è la tesi con cui si contesta chi ritiene il fantasy rassicurante

Riccardo Paradisi

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Ma è vero che il fantasy di J.R.R. Tolkien rischia di diventare un fenomeno di alienazione di massa, come una Second life virtuale? Se lo è domandato la scorsa settimana su Panorama Roberto Barbolini concludendo che Tolkien piace tanto perché in fondo le sue sono storie rassicuranti in cui "l’immaginario si sostituisce monoliticamente al reale", invece di provocare "quell’incertezza della realtà che è il vero tarlo del fantastico". Si tratta di una critica più raffinata di quelle fatte a Tolkien in passato in nome del realismo. Tuttavia confutabile.

L’opera del professore di Oxford ha un potere profondo come quello avuto dai grandi poemi epici della classicità: Il Signore degli Anelli è proprio questo, un moderno poema epico in prosa rivolto contro la stessa modernità o meglio contro le sue degenerazioni. Anche se non era questo il primo obiettivo di J.R.R. Tolkien: "Prima di tutto" scrive lui stesso "la storia fantastica deve riuscire come racconto, divertire e anche commuovere".

Ci sono significati più profondi ed "eversivi" nei confronti di "questo mondo" nell’opera di Tolkien. Ma che la sua opera sia intanto pienamente riuscita a ottenere questo stupore, questa full immersion in un mondo secondario peraltro non arbitrario o virtuale ma radicato negli archetipi e nell’immaginario occidentale, è già profondamente significativo e rivoluzionario.

L’opera di Tolkien s’è affermata ed è cresciuta infatti nel secolo d’acciaio dei totalitarismi, del loro ateismo spietato e della massificazione ideologica. E continua a guadagnare lettori nel secolo della tecnica, socializzando valori inattuali come il coraggio, l’amicizia, la comunità, il rifiuto del potere, l’onore, la fede. Non solo, come ha scritto Gianfranco De Turris, uno dei più autorevoli studiosi italiani di fantastico, "l’immersione nel mondo secondario di Tolkien permette al lettore di rientrare ritemprato nel suo mondo, dopo averlo esposto a valori alternativi agli orrori della tarda modernità". Non una fuga dalla realtà quanto un’intensificazione di essa.

La fede, si diceva: perché alla fine Il Signore degli Anelli è un’opera fondamentalmente religiosa e cattolica. "All’inizio non ne ero consapevole" scrive Tolkien nei suoi diari "ma dovrei essere sommamente grato per essere stato allevato in una fede che mi ha insegnato tutto quel poco che so". Tutto questo produce molta più incertezza nella realtà di qualsiasi saga di vampiri perturbanti quanto politicamente corretti.

Tolkien, notava Elemire Zolla, non cerca la mediazione tra male e bene, ma soltanto la vittoria sul male. In quasi tutte le opere moderne di fantastico "sempre si assiste a una calata negli inferi non per debellarli ma per farsi contagiare, così da ricevere una diabolica energia. Il fascino che sprigiona da Tolkien proviene dal suo completo ripudio di quella tradizione sinistra. La sua fiaba non celebra il consueto signore delle favole moderne, Lucifero".

È proprio di questa radicalità cristiana che i milioni di lettori e spettatori delle versioni cinematografiche di Tolkien hanno forse nostalgia. In un mondo conformato al nichilismo, alla disperazione e alla cieca volontà di potenza, non sarebbe eversivo e rivoluzionario se l’opera di Tolkien riuscisse a seminare questa perdurante fede nella nobiltà e nella spiritualità umana?

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