Tim Parks, "Il sesso è vietato": croci e delizie della via occidentale al buddismo

Nel 2013, dopo una lunga elaborazione costituzionale, lo Stato italiano ha riconosciuto ufficialmente le fedi buddista e induista. Ma davvero esiste una via occidentale al buddismo? Come conciliare la pratica della meditazione con l'abitudine al pensiero rappresentativo? Un romanzo e due saggi provano a rispondere a interrogativi antichi come la storia del pensiero

Il sesso è vietato, particolare della copertina

Michele Lauro

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Sesso e scrittura sono la coppia ribelle al Centro Dasgupta, ashram buddista nella campagna inglese dove Beth Marriot lavora come volontaria ormai da nove mesi. Ex cantante mangiauomini giunta al bivio di una vita scapestrata, oppressa dall'incapacità di scegliere, ha scelto il ritiro nella meditazione. Potrebbe sembrare un romanzo statico Il sesso è vietato di Tim Parks, scrittore, giornalista e traduttore inglese residente da tempo in Italia. Tutt'altro. La proliferazione di pensieri in movimento è il fulcro di uno psico-thriller di formazione. La coppia ribelle lavora nel corpo meditante pronta a prendersi la rivincita. Infatti un giorno...

Un giorno Beth viola i dormitori maschili e ruba il diario di uno sconosciuto, un editore in crisi con l'ossessione della scrittura. Nove mesi di disciplina e improvvisamente il passato, i condizionamenti mentali, i ricordi e i fantasmi, tutto il dannato sankhara le si rovescia addosso sotto forma di dolore piacere irresistibile impulso a scombinare le cose e ripiombare nel casino di prima. La segreta condivisione di inadeguatezza con il suo alter ego maschile è la scintilla di un'ultima trasgressione, infilarsi nel letto della più eterea fra le meditatrici. Segue frettoloso reingresso nel mondo.

L'ironia di Tim Parks brilla sul mondo ovattato dove i conigli saltano nell'erba e un gong annuncia la seduta dell'alba, dove i cellulari sono chiusi a chiave in un armadio e l'ultimo pasto si consuma a mezzogiorno, dove uomini e donne meno votati all'astinenza si sbirciano di nascosto fra le siepi. Ma allo stesso modo brilla sulla nebulosa di pensieri pronti a "latrare come cani impazziti" e che trovano nella battuta di spirito, nella scrittura o nel sesso la cloaca di uno sfogo posticcio. Pensieri come bucce, avanzi, scarti, croste che continuamente ricrescono. Di giorno la meditazione smantella pazientemente le fondamenta dell'io spogliandolo delle sue connessioni mentali. Di notte, dice Beth, "corri in camera per ricostruirlo".

L'ironia trasuda veleno quando si sfoga sulla materia stessa di cui è fatto questo libro, la scrittura, e sui suoi patrocinatori, gli editori. Nel diario privato del meditatore G.H. anche la disperazione diviene intenzione letteraria, quarta di copertina. L'ambizione deborda al punto di soddisfarsi di un racconto qualsiasi, basta che si parli del sé di cui si è perdutamente innamorati. Fra una baggianata sul Buddha e una su Gesù Cristo, dopo aver immaginato di pubblicare un pamphlet intitolato Cento reincarnazioni da evitare a tutti i costi, G.H. intuisce confusamente che tutte le scempiaggini di mister Dasgupta in fondo hanno un senso. Basta non mollare. Non ancora. La continuità è la chiave del successo.

C'è in questo romanzo una sottile adesione al paradosso umano. L'anelito alla purezza, l'aspirazione a rallentare, a diventare come una candela arsa dal silenzio o semplicemente a staccare la spina per un po', il voto della castità, la disciplina della meditazione hanno o non hanno la stessa matrice dell'urlo nel vento e della schitarrata su un palco, di un'abbuffata notturna e di una risata sonora, di una bevuta in compagnia, di una scopata memorabile? La copertina stessa del romanzo è un manifesto paradossale: il mudra mimato dalla sagoma femminile è sormontato dal titolo barrato in cui spicca la parolina magica, sesso (in lingua originale invece il romanzo si intitola morigeratamente The server, La servitrice). Poi apri a pagina 212 e in un impeto di sincerità D.H. ammette: sì, è vero, l'editoria andrebbe bandita...

L'opera perfetta è quella che non lascia tracce, nemmeno in copertina. Nella disciplina del buddismo è contenuta la sua misteriosa natura antiprescrittiva, antidogmatica e anticonsolatoria. Mentre tutto è in fase di cambiamento costante, il fine del buddismo è - classico paradosso - la cancellazione stessa del suo nome, per giungere a trovare nell'esperienza quotidiana la "natura propria" di ciascuno. Che importa in fondo se la consapevolezza passa dall'adesione alla regola o dalla sua trasgressione. Semplicemente, si tratta di far apparire ciò che è. Sostare sul limite. Andarsene, senza guardare indietro.

Per chi non si sente ancora pronto a immergersi nella pratica buddista ma è affascinato dall'incontro tra pensiero occidentale e orientale, sono usciti da poco un paio di saggi molto interessanti. Le Conferenze di Tokyo tenute nel 2010 da Fabrice Midal, fondatore della Scuola occidentale di meditazione, offrono uno sguardo penetrante sull'influenza reciproca tra Martin Heidegger e il pensiero buddista. Pensiero singolare che sconcerta l'Occidente: pur non essendo metafisico è in grado, spiega il filosofo francese, "di interrogare nel profondo l'essere stesso dell'uomo e il suo rapporto con l'interezza dei fenomeni".

Il Dizionario del buddhismo zen di Erik Sablé è un prezioso breviario da cui attingere per un'infarinatura formativa sul significato, le tecniche, le scuole e i maestri di questa variante capace di catturare l'essenza del buddismo, nata in Cina e poi sviluppatasi in Giappone. Dove tuttora influenza poesia calligrafia e pittura, arte del paesaggio e arti marziali, spandendosi come una sorta di riminiscenza spirituale su ogni aspetto della vita quotidiana.

Tim Parks
Il sesso è vietato
Bompiani
318 pp., 18 euro

Fabrice Midal
Conferenze di Tokyo. Martin Heidegger e il pensiero buddista
ObarraO edizioni
177 pp., 15 euro

Erik Sablé
Dizionario del buddhismo zen
Il Melangolo
220 pp., 10 euro

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